Credere l’esistenza di Dio

Un giorno una parola – commento a Ebrei 11, 6

 

 

Boaz disse a Ruth: «Il Signore ti dia il contraccambio di quel che hai fatto, e la tua ricompensa sia piena da parte del Signore, del Dio d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti!»

Ruth 2, 12

 

Chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che ricompensa tutti quelli che lo cercano

Ebrei 11, 6

 

 

Questo versetto si conclude con il verbo cercare. Ma quel verbo non indica l’atteggiamento ordinario del cercare qualcosa; invece, indica un cercare diligentemente, intensamente, forse pure ostinatamente. L’atteggiamento che propone non è perciò quello di sfogliare pagine in attesa di trovare qualcosa. È invece la condotta di chi si alza presto, di chi riflette anche quando fa altro, di chi prega e torna e ritorna sullo stesso passo, di chi non si accontenta, di chi non è soddisfatto fin quando non trova.

 

Credere che Dio esiste non è un’operazione intellettuale neutrale. È invece un atto di resistenza in un mondo che ci educa all’autosufficienza, all’autonomia assoluta, all’idea che ogni risposta stia già dentro di noi, che l’atteggiamento di cercare ha senso solo dentro la nostra cornice culturale dove esiste solo ciò che si vede, solo ciò che è riproducibile. Dire “Dio esiste” significa dire anche: “non sono io il centro” (talvolta, anche “non sei tu il centro”). Significa aprire una finestra oltre la cornice materiale in cui siamo reclusi.

 

La fede sembra posta tra: da un lato, la realtà di Dio (che esiste anche se lo abbiamo messo fuori dalla cornice); dall’altro, la sua natura di Dio che risponde (che ricompensa coloro che lo cercano, facendosi trovare).

La fede descritta qui non è una acquisizione, è piuttosto una disposizione. Non è un’idea acquisita una volta per sempre, è piuttosto una inclinazione del cuore che non si chiude a ciò che viene da Dio.

 

Signore, che tu possa trovare in noi dei cercatori ostinati, non perfetti, non sicuri di sé, ma orientati verso di te. Amen.