Che cosa può ancora insegnare Chernobyl

40 anni fa il devastante incidente nucleare

 

Ci ripenso ogni tanto, ogni dieci o cinque anni. Ogni volta che cade un anniversario significativo. E ogni volta mi viene da aggiungere qualcosa. Un documentario televisivo, che vinse il premio “Ilaria Alpi” nel 2003 e fu inserito in un “Tg2 Dossier”, racconta ciò che restava della zona intorno alla centrale in territorio ucraino, dove il 26 aprile 1986 avvenne l’incidente nucleare di Chernobyl: la strage fu devastante nelle prime settimane e nei primi mesi, uccidendo in particolare coloro che cercarono di contenere l’incendio e i rischi che il “mostro” si propagasse ulteriormente. Il mostro però era nell’aria, e il film ne racconta le conseguenze successive: roba di anni e decenni.

 

Da allora, naturalmente, molto si è discusso, nei vari ambiti che questa tragedia epocale ha toccato: il carattere obsoleto della centrale e le disfunzioni nella gestione dell’emergenza; il dibattito scientifico sull’energia nucleare; le conseguenze di medio e lungo periodo sull’ambiente e sulle persone; la mobilitazione che ha toccato molti Paesi d’Europa e fuori Europa, che hanno ospitato per anni ragazzi e ragazze di Ucraina e Bielorussia (il confine è poco distante dalla centrale) in soggiorni di salute di alcune settimane; la ricostruzione e gli aiuti, soprattutto agli istituti per minori. Molti Stati si mobilitarono, e nel nostro Paese lo fecero anche le chiese: anche quelle evangeliche, direttamente, magari nei centri giovanili e di formazione, o per il tramite di associazioni create ad hoc coinvolgendo anche gli Enti locali.

 

Al di là dell’anniversario, però, tre aspetti narrati con efficacia da quelle immagini, ci fanno riflettere oggi: non solo su Cernobyl, ma su problemi più recenti.

 

  1. Il filmato riporta delle immagini girate nei primi giorni dopo l’incidente, all’interno del “vulcano”, da un fotografo e cineoperatore morto poco dopo. Le pellicole furono anch’esse contaminate dalle radiazioni, e presto diventarono quasi indecifrabili. Ma proprio in questo sta paradossalmente il loro messaggio. Ora che viviamo nell’epoca dell’immagine digitale, quei buchi nella pellicola parlano più degli oggetti e dei luoghi fotografati. La fisica e la chimica fotografica ci dicono brutalmente che il mondo è fatto anche di fenomeni “veri”, che incidono ancora sulla vita, che sia umana, animale, vegetale, o che si tratti di oggetti inanimati. Là dentro tutto fu degradato, e reso morto. Anche la pellicola fotosensibile.

 

  1. In un ospedale non lontano dalla zona della catastrofe un medico accompagna (nel senso davvero evangelico, pastorale del termine) i bambini e bambine colpiti da leucemie, tumori alla tiroide, immunodeficienze che li portano alla morte. Non può fare più niente, se non alleviare le loro sofferenze, fisiche ed esistenziali, anche ricorrendo alle tecniche di animazione, mettendosi un naso da clown, facendo camuffare anche loro, mascherando gli effetti dei farmaci sui loro volti. Una sequenza straziante, in cui questo operatore sanitario (e come lui tanti altri e tante altre), dove non potevano più arrivare né la scienza né le risorse materiali e tecniche necessarie (peraltro insufficienti di per sé, di fronte a tali patologie), ha messo tutta la propria umanità. In varie zone del mondo in guerra sta avvenendo la stessa cosa. Dove manca tutto, c’è un lavoro di totale dedizione. Così è successo in molti casi anche di fronte alla pandemia, anche se ce ne stiamo dimenticando.

 

  1. La sequenza che fa più riflettere arriva però in chiusura: ne è protagonista un vecchio soldato di 85 anni, in un villaggio ormai disabitato. Entra in casa per indossare sulla mantella le sue medaglie al valore. Dice di aver combattuto molte battaglie, ma «questa è stata la più dura». Perché ha visto morire la gente intorno a sé, a causa di qualcosa che non si vede. Non possiamo fermarci, però, al “nemico invisibile”, anche se realissimo, della contaminazione nucleare. Il discorso di questo anziano combattente, a cui restano solo la moglie inferma e i ricordi del passato, ha tutta la sua logica. Aveva contribuito a sconfiggere un terribile nemico (il nazismo), e per questo gli siamo grati. Ora non si capacita di doversi impegnare in una battaglia contro un nemico “invisibile”. Ma il punto è che, visibile o invisibile, il senso della nostra vita non può stare nella capacità o meno di sopraffare un nemico. Dobbiamo cercare altrove, in primo luogo accettando il fatto che non possiamo essere invincibili. Non è invincibile la pellicola fotografica, non lo sono le armi, che pure seguitiamo a costruire e commerciare. Non lo è l’ambiente, che, abbandonato dall’uomo, ha visto crescere e moltiplicarsi animali selvatici deformi per le mutazioni genetiche. Non lo è la tecnologia, che vorremmo vedere indirizzata verso altri scopi.

 

Insomma, Chernobyl ha portato in luce le ambizioni e le aspettative di un’umanità disposta a tutto: a fare ricerca per essere più forte; a sviluppare il nucleare per prevalere sul nemico (eravamo ancora nell’epoca dei “blocchi”); a combattere quando necessario, ma a non sapere come arrendersi: l’ha fatto invece quel medico, e la sua resa, di solidarietà con quei bambini, sia di esempio a tutti, come una delle Pietà di Michelangelo. Il genere umano ha inventato cose ottime e pessime, progresso e sciagura; ha prodotto cumuli di contraddizioni di cui sarà ritenuto responsabile, nel bene come nel male. Risuona la domanda che Dio rivolge a Giobbe: «Dov’eri tu quando io fondavo la terra? (…) Sei tu penetrato fino alle sorgenti del mare? Hai tu passeggiato in fondo all’abisso?» (38, 4.16). No, abbiamo provato a spingerci fin là, abbiamo fatto danni e siamo riusciti (alcuni e alcune ce l’hanno fatta) ad alleviarli in parte. Cerchiamo di trarne una diversa lezione.