Liberazione: la festa della nostra responsabilità
Numerosi i temi e le facce di questo anniversario fondativo che chiama tutti noi all’impegno, alla presa di coscienza, civile e personale, di fronte al presente e al futuro
Il rischio della ritualità celebrativa è sempre in agguato nel discorso pubblico sulla Resistenza e raro è l’innesto di conoscenza storica in queste occasioni perché la ricerca non offre facili scorciatoie per capire il passato, ma fa scoprire realtà complicate e plurali, non una, ma tante Resistenze, non bene e male tagliati con l’accetta, ma l’intreccio di tante istituzioni, di diversi moventi, modalità, comportamenti di donne e uomini immersi in un dramma epocale. Dunque, è più confortante usare registri collaudati: basti pensare quanto a lungo le Forze armate hanno egemonizzato la festa della Liberazione con parate e rievocazioni eroicizzanti oppure a quando si è voluto smorzare l’impatto rivoluzionario della guerra partigiana riducendola a un mero moto di rigetto dell’occupante straniero dal patrio suolo.
Non è tutto. L’uso pubblico della storia, l’utilizzo strumentale del passato alimenta violente polemiche e l’indagine storica si trasforma in clava da usare nell’arena politica contro gli avversari. Non è questa una novità propria della storia della Resistenza, ma qui assume speciale asprezza e virulenza. E si capisce perché: quei 20 mesi tra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ’45 rappresentano il momento più tragico e tormentato della storia dell’Italia unita, nel cui corso furono il crogiuolo incandescente di una seconda nascita, seconda dopo il Risorgimento, e più di quella arduo e problematico.
In quei 20 mesi segnati da sofferenze e fame, stragi e uccisioni si affrontarono e confrontarono idee di Italia contrapposte, è in quel periodo che il popolo italiano si misurò drammaticamente con endiadi cruciali per l’identità del paese – democrazia/dittatura; pace/guerra; libertà/autorità; uguaglianza/gerarchia; solidarietà/emarginazione – e con nozioni fondanti per il futuro.
Alla fine della guerra, dopo la Liberazione, il progetto di una nuova società, un progetto dinamico e aperto all’evoluzione del futuro prese forma nella Costituzione con un significato di radicale discontinuità con il passato e di rottura dei precedenti ordinamenti. In quel testo, come in un “ponte tra passato e avvenire” si delinearono le nuove regole di convivenza della comunità civile, ancorate al principio della partecipazione democratica e volte a garantire il massimo di diritti politici, civili, sociali a tutti i cittadini e alle cittadine riconosciuti di pari dignità civile.
Quella “seconda nascita” col suo slancio progettuale e con l’affermazione audace di valori forti – la pace e il ripudio della guerra, la nonviolenza, la solidarietà tra gli uomini, la parità di sesso, la libertà religiosa e di pensiero – rappresentò certo una fuga in avanti rispetto a un paese di scarsa cultura politica, marginale alla Riforma e risparmiato da rivoluzioni traumatiche, modellato da esperienze di soggezione antica e moderna, autoritaria e totalitaria. E le polemiche di oggi e di ieri sono il segnale del “metabolismo” lento di quel progetto e di quei valori nel comune sentire del paese, ci indicano le tensioni di un sistema politico che procede su traiettorie divergenti e conosce crisi e arretramenti. Sono più di ottant’anni che i conti con il nostro passato sono aperti e è giusto che sia così.
Non mancano nuovi linguaggi e proposte interpretative meno scontate: a esempio ripercorrere il tempo della Resistenza “lunga”, che nelle carceri, al confino, in esilio, nella memoria dei tanti uccisi dal fascismo vide covare sotto la cenere il fuoco che divampò dopo l’8 settembre. Occorre ripensare agli scioperi operai del ’43 e ’44, all’esperienza della guerra civile, in armi e senz’armi, alla sorte dei deportati politici e razziali, a quella degli internati militari in Germania, per il 90% rifiutatisi all’arruolamento sotto le insegne della RSI, alle donne, inquadrate o meno nelle bande partigiane, che seppero assolvere al ruolo insostituibile e pericoloso di un vero e proprio servizio di intelligence.
Molti i temi e le facce di questa storia che chiama tutti noi all’impegno, alla presa di responsabilità, civile e personale, di fronte al presente e al futuro. Consapevoli però che non pochi vorrebbero metterci una pietra sopra. Nella storia della Repubblica ha serpeggiato, come un fiume carsico, un rifiuto integrale della democrazia, sempre imperfetta, ma non nazionalista e illiberale, del nostro dopoguerra. Fra sovranismo e ossessione repressiva e securitaria, fra avvilimento della libertà di critica e attacchi alla Costituzione questo rigetto ha preso forza: non vorremmo che si attualizzasse il consiglio che fu di Giorgio Almirante: «Spogliato di tutti i suoi orpelli, il 25 aprile appare dinanzi a tutti gli Italiani come una data che, per comune interesse, sarebbe da dimenticare» (Il Secolo d’Italia, 25 aprile 1953). Un consiglio nefasto
Elisa Signori: Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, ha insegnato presso il Dip. di Studi umanistici dell’Università di Pavia e docente di Storia contemporanea presso l’Università della Svizzera italiana. È organizzatrice della mostra «Perché ci bombardano?», al Palazzo del Broletto di Pavia (24 aprile – 24 maggio); presidente di Articolo 21 Lombardia