La storia delle cose, la storia delle parole

A colloquio con il linguista Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca

In vista del convegno della Diaconia valdese (organizzato in collaborazione con la Tavola valdese, la Facoltà valdese di Teologia e la Federazione giovanile evangelica in Italia – Fgei, poi rinviato per effetto delle misure contro il Coronavirus), dedicato al tema «In parole povere. Nuove e vecchie parole per superare la rabbia e riscoprire il dialogo» (Firenze, 14 marzo), uno degli interventi previsti era quello di un linguista, il professor Claudio Marazzini, docente di Storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale e, dal 2014, presidente dell’Accademia della Crusca, l’istituzione che ha sede nel capoluogo e che da oltre quattro secoli cura lo studio e la tutela del patrimonio linguistico dell’Italia. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

– Parole che includono, parole che escludono: solitamente si pensa che altri fattori siano alla base di inclusione ed esclusione (economici, ideologici, identitari): anche le parole possono essere uno strumento per esaltare un’appartenenza (a un’etnia, a un gruppo sociale, a una corporazione e, perché no, a una religione) con la conseguente esclusione di chi si ritrovi fuori dal “cerchio magico”?

«Certo, le parole non sono tutto. Però fanno parte del sistema di riconoscimento di una comunità o di un gruppo. Abbiamo l’esempio degli antichi gerghi di mestiere e della malavita, che non contavano tanto come linguaggio criptico, segreto, ma soprattutto erano determinanti come segno di identità. Si pensi poi alla politica, all’uso di “cittadino” nella Rivoluzione francese, di “compagno” e “camerata” per i comunisti e i fascisti. Tutti segni linguistici di riconoscimento reciproco, “distintivi” di appartenenza, per quanto banali».

– Le parole, prima ancora dell’uso che ne viene fatto, hanno una loro storia: riconoscerla e ricostruirla può servire a stemperare le visioni che portano a strumentalizzarle, ergendole a baluardi fra visioni del mondo contrapposte?

«Credo di sì. Non sono certo che questo serva a frenare tutti gli eccessi, e dunque non sopravvaluterei l’azione dei linguisti, ma sicuramente riflettere sulla storia delle parole aiuta a capire la storia delle cose, anche se le cose non sono riducibili unicamente alle parole. Pensiamo alla storia di “partito”, che richiama la divisione, per cui “partire” voleva dire “dividere” nella lingua antica, e infatti se parto con il treno o l’aereo appunto mi “divido” dai mei cari e dalla mia città. Tuttavia i partiti, nella lotta politica, sono stati anche segno positivo, non solo di divisione. Si pensi ai partiti detti un tempo “dell’arco costituzionale”. Poi la stessa parola “partito”, dopo tangentopoli, è diventata via via sinonimo di corruzione, fino ai “vaffa” di Grillo, tanto è vero che ha ripreso forza il termine di “movimento” proprio come modello alternativo a “partito”. La storia di una parola accompagna l’evoluzione della cosa, insomma».

– L’approssimazione con cui nel mondo dell’informazione si usa il lessico, ma anche si costruiscono frasi e periodi, e con cui si dispone la punteggiatura conduce a un livellamento, se non addirittura a un appiattimento, dei contenuti. Un modo di scrivere banalizzato e banalizzante può essere più pericoloso, nel senso di cui sopra?

«Lo scambio linguistico che si legge in molti commenti in Rete è infatti privo di qualunque significato, relativamente allo scambio di idee. Si scambiano solo insulti. Si può scrivere per scambiare idee, si può scrivere solo per colpire e ferire. Devono essere molto chiari i due diversi intenti. Anche se io non penso che sia possibile sradicare la funzione aggressiva della lingua, che è connaturata all’essere umano».

– La Riforma protestante ha promosso la traduzione della Bibbia nelle varie lingue volgari, dal tedesco di Lutero alle lingue neolatine, ma sul confronto con i testi originali le Chiese si erano divise per secoli, per poi trovare nella seconda metà del XX sec. un accordo che ha portato a traduzioni ecumeniche (almeno in Italia e Francia): il lavoro filologico “ad fontes” potrebbe essere un utile esercizio per avvicinare fronti contrapposti?

«In questo caso, non mi sento competente a esprimere un giudizio, e tuttavia, certo, la filologia è sempre una terreno di grande fertilità intellettuale, anche se è molto distante dalla sensibilità di massa oggi prevalente. Può darsi che sia come Lei dice, trattandosi di un rapporto tra rappresentati di alto livello culturale, che questo confronto abbia gli effetti che Lei suggerisce».

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