La strada per un mondo senza mine

Sono passati vent’anni dall’entrata in vigore della Convenzione per la messa al bando delle mine antipersona, a cui aderiscono sempre più Paesi. Ma rimane molto da fare

Il primo marzo del 1999 entrava in vigore la Convenzione per la messa al bando delle mine antipersona. La ratifica del trattato da parte del Burkina Faso, avvenuta pochi mesi prima, portava infatti a 40 il totale dei Paesi attivamente aderenti. Da allora sono trascorsi vent’anni e il numero di Paesi che ne fanno parte è salito a 164. Un solo Paese, le Isole Marshall, ha firmato ma non ratificato il trattato, mentre sono 32 i membri delle Nazioni Unite che non hanno mai aderito in alcun modo, e tra questi spiccano gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e l’India.

In questi due decenni la Convenzione, nata in seno alla società civile, ha compiuto grandi passi in avanti in molti campi, come la bonifica dei territori minati, la distruzione delle scorte negli arsenali e l’assistenza alle vittime. Un trattato, racconta Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine Onlus, che «ha fatto scuola a tutta una serie di altre campagne tra cui anche quella di ICAN, premio Nobel per la pace nel 2017, ha dato modo di rendersi conto dell’impegno che la società civile può portare eccellenti risultati come quella della messa al bando delle mine antipersona».

Inoltre, la Convenzione di Ottawa ha ispirato un nuovo percorso, quello sul bando alle cluster bomb, le bombe a grappolo o munizioni a grappolo, ordigni contenenti un certo numero di submunizioni, che vengono disperse a distanza.

Certo, i Paesi che non hanno mai aderito alla Convenzione sono rilevanti, ma anche per loro non sono mancate le conseguenze: racconta Schiavello che «questi Stati, pur non avendo aderito, sono stati obbligati a fermare la produzione di quelle mine per una questione etica, morale, per non essere indicati all’interno dei consessi internazionali come coloro che ancora continuavano a vendere queste tipologie di mine, che hanno un effetto indiscriminato sui civili e di conseguenza hanno ottenuto un effetto di stigmatizzazione».

Ma dal 1999 a oggi non è cambiata soltanto l’adesione alla Convenzione: in questi vent’anni, infatti, è cambiata anche la guerra, sempre più asimmetrica e sporca a partire dal conflitto in Afghanistan del 2001. Da allora le mine “tradizionali” si sono ridotte, ma l’uso di dispositivi improvvisati o artigianali è fiorito. «I gruppi ribelli o non riconosciuti, ma qualche volta anche eserciti governativi di Paesi che non hanno aderito, fanno uso di questi ordigni, soprattutto quando sono costretti a lasciare dei territori. Pensiamo al Daesh in Siria o ai talebani in Afghanistan: un uso fatto per lasciare il terrore come eredità della guerra». Proprio questi dispositivi portano la guerra sui territori anche in tempo di pace, impedendo a chi ha vissuto in territori di conflitto di tornare nelle proprie case, pascoli e terreni agricoli, impedendo quindi di tornare alla normalità.

 

Inoltre, anche se la spesa militare a livello globale non aumenta con il tasso di crescita di vent’anni fa, la differenza tra quanto viene speso per la mine action e più in generale per la cooperazione internazionale rispetto a quanto viene destinato agli armamenti risulta incolmabile. «Niente e nessuno – racconta Giuseppe Schiavello – riuscirà a compensare questo tipo di sproporzione. Immaginiamo lo Yemen, immaginiamo lo scenario siriano. Credo che un ripensamento generale, un impegno maggiore nel contenere interventi armati, sia l’unica vera soluzione alle pene che dovranno patire le popolazioni civili, che sono ovviamente le prime e sempre più numerose vittime di qualsiasi tipo di atteggiamento belligerante».

Anche per far fronte a un mondo in continua trasformazione, il 1 marzo si è dato ufficialmente il via alla Road to Oslo, la preparazione alla quarta Conferenza di Revisione della Convenzione, che si svolgerà nella capitale norvegese dal 25 al 29 novembre. «L’impegno – spiega Schiavello – è quello di far continuare le operazioni di mine action», ovvero l’ampio campo di azioni basate su cinque pilastri: la bonifica, l’educazione al rischio, l’assistenza ai sopravvissuti, la distruzione delle scorte, l’universalizzazione dei trattati. In particolare, molto rimane da fare nel campo del supporto psicologico ai sopravvissuti e il loro reinserimento socioeconomico, che passa sia da un piano medico, fatto di riabilitazione e di terapia occupazionale, così come dalla restituzione di terreni, strade e strutture che normalmente vengono minate o disseminate di ordigni improvvisati o submunizioni cluster. «Questa attività dev’essere privilegiata – racconta Giuseppe Schiavello – per il semplice motivo che si connette agli obiettivi di sviluppo del millennio: se le scuole sono minate non possono accogliere i ragazzi, se le strade sono dissestate non si possono raggiungere. Questo poi riguarda la disabilità in senso generale, perché dobbiamo le convenzioni di Oslo e Ottawa parlano di sopravvissuti a incidenti e mine che poi sono persone con disabilità». Le mine, infatti, rappresentano soltanto uno dei motivi per cui si può subire un’amputazione, imponendo un trattamento inclusivo anche per chi magari ha perso un arto a causa del diabete, o per un incidente d’auto. «Abbiamo sottolineato – continua Schiavello – e siamo molto interessati al fatto che la campagna internazionale riesca ad assicurare l’impegno di questi governi, di questi Stati a non abbandonare le famiglie. In molti Paesi la vittima non è solo la persona che subisce l’amputazione sulla propria pelle, ma lo è tutto il nucleo familiare, gravato di maggiori costi e con meno risorse per provvedere a bisogni primari».

Per l’Italia, naturalmente, l’impegno è di tipo differente, ma non meno importante: da tempo si sta cercando di portare a compimento il percorso di una legge che proibisca il finanziamento ad aziende che producono ancora mine o cluster bomb vietate dalla Convenzione anche attraverso operatori finanziari abilitati. Secondo il direttore della Campagna italiana contro le mine «è una legge importante perché sancisce un concetto preciso: se vengono vietate le produzioni all’interno del proprio Paese è assurdo che si permetta, tramite raffinati strumenti finanziari, di finanziare inconsapevolmente anche questi strumenti di morte. Speriamo che questa legge, in Commissione Finanze del Senato dovrebbe avere terminato il suo iter, venga votata entro il 4 aprile, la Giornata internazionale sulla mine action».

 

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