Costruire ponti tra mondi separati

Docenti vittime di gravi episodi di violenza. A colloquio con Andrea Mannucci, professore associato del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia, Università degli studi di Firenze

Nelle ultime settimane gravissimi episodi di violenza e umiliazioni (fisiche, verbali e psicologiche) hanno visto vittime insegnanti di ogni ordine, grado e ambito territoriale. Cosa sta succedendo? Perché il ruolo dei professori non viene più riconosciuto? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Mannucci, professore associato del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia, Università degli studi di Firenze.

«La prima cosa che vorrei puntualizzare è che questi episodi non devono essere un’opportunità per tornare indietro. In questi giorni vengono rivolte molte accuse alla scuola attuale, ritenendo migliori i sistemi scolastici di una volta, dove evidentemente le regole erano più ferree. Il problema credo stia nel fatto che, rispetto ai cambiamenti che stanno avvenendo in maniera rapidissima intorno a noi, la scuola sia rimasta chiusa su se stessa, nonostante i tentativi di apertura compiuti negli anni ’70 e ’80. Gli insegnanti si trovano ad affrontare realtà nuove e in costante cambiamento – come ad esempio la presenza nelle classi di alunni/e diversamente abili, alunni/e stranieri/e e, sempre più, ragazzi/e che provengono da realtà familiari complesse (oggi non si può più parlare di “famiglia”, perché sono molteplici i modelli familiari) – senza essere stati formati in maniera adeguata».

Sicuramente i genitori sono cambiati: non sanno dire no ai propri figli e figlie, e quando la scuola tenta di imporre delle regole, ecco che si ergono ad avvocati dei loro figli trasgressori e aggrediscono chi osa mettere dei paletti. Il tempo delle regole è finito?

«Il punto fondamentale è che le regole sono importanti, anzi indispensabili, però non devono essere imposte ma condivise e, per essere condivise, vanno mediate. In ambito educativo deve avvenire quella che possiamo definire una “transazione educativa”, ci deve essere cioè un accordo tra le parti: tra l’agenzia educativa (in questo caso la scuola), e l’utente che è l’alunno/a, ma anche e sempre di più la famiglia. In linea generale, la famiglia ha sempre delegato alla scuola alcuni aspetti della formazione e dell’educazione, ma questa delega - a differenza di qualche anno fa - non è più in bianco, per cui se questa agenzia educativa che è la scuola non è produttiva (nel senso che non promuove, dà un brutto voto, punisce i propri figli), allora non va più bene: la famiglia ritira quella delega e fa sentire con forza la sua voce. Il problema è che questi/e ragazzi/e, crescendo, vivono realtà diverse e separate: c’è la famiglia, poi la scuola, poi le amicizie, e poi il mondo virtuale (Internet, Facebook, Whatsapp…): queste realtà sono mondi separati, che non comunicano o comunicano male tra loro».

Chi è responsabile di questa incomunicabilità?

«A mio avviso la responsabilità primaria è della scuola che ha, o potrebbe/dovrebbe avere, gli strumenti per promuovere il dialogo. Quando dico scuola, penso in primo luogo all’università che è l’ente formativo per eccellenza: oggi tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado sono persone laureate. L’università dovrebbe garantire una formazione che non può essere legata solo a dei contenuti, a delle materie, alle finalità del grado scolastico, questo non basta. L’università dovrebbe dare al docente una formazione che sappia interloquire da un lato con gli/le alunni/e, occupandosi non solo di nozioni ma anche delle persone, facilitando ad esempio riflessioni sul corpo, sulle emozioni, sulla sessualità; dall’altro con i genitori, non tanto per parlare del rendimento dei figli/e, quanto per cercare di costruire una fattiva comunicazione e un reale ponte. Soprattutto quando i ragazzi e le ragazze sono nella fase adolescenziale, il collegamento tra questi diversi mondi dovrebbe essere sostanziale, invece nella realtà spesso la famiglia non sa cosa fa il figlio/a a scuola, e viceversa la scuola non sa quello che succede in famiglia. Ritengo che sia compito della scuola formare la famiglia. Non che tutto il carico della responsabilità sia della scuola, ma è importante che tutte le agenzie educative (la famiglia, la scuola, le chiese…) siano collegate tra di loro».

La violenza è sempre più presente nelle nostre vite, l’aggressività è dilagante. Cosa possiamo fare? Quali sono i luoghi in cui esercitarsi alla nonviolenza?

«Credo che la famiglia sia il luogo privilegiato, lo spazio in cui i figli e le figlie ricevono esempi positivi o negativi. Penso ad esempio alla famiglia che si ritrova a cena, dove il babbo legge il giornale, la mamma guarda la televisione, il figliolo naviga sul telefonino: all’interno di un simile nucleo familiare c’è un’enorme mancanza di comunicazione, vi è la perdita di regole condivise, manca il senso del rispetto dell’altro da cui possono scaturire anche atteggiamenti violenti. Credo che occorra ripartire dall’educazione alla famiglia: i genitori, considerando che i propri errori possono avere conseguenze sul futuro dei propri figli e figlie, devono accogliere la possibilità che hanno delle cose da imparare, devono avere fiducia in chi in qualche modo può dar loro consigli. Con l’aiuto della scuola, delle realtà del terzo settore, delle comunità di fede, la famiglia può rimettere al centro il dialogo, il rispetto dell’altro, il senso dell’attesa. La questione è complessa e la soluzione non appare a portata di mano, ma bisogna cominciare a parlarne e a riflettere, perché le nuove generazioni ne hanno un gran bisogno».

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