«Riconosciamo che vari membri di chiesa hanno parlato contro la violenza di genere. Ma sappiamo anche che sul tema ci sono seri problemi, non solo nelle nostre società, ma dentro le nostre stesse chiese. Conosciamo e sperimentiamo abusi all’interno delle nostre chiese. Clero maschile abusa del clero femminile, maschi nelle congregazioni abusano di donne e ragazze nelle chiese, e a volte i leader di queste chiese rifiutano di riconoscere il problema. Molestie e violenze devono essere bandite dalle nostre chiese, da tutte le chiese. Gli esseri umani non sono in vendita, un incarico non può essere ottenuto solo dietro favori sessuali. Le tradizioni consolidate nei secoli e financo la teologia vengono utilizzate per frenare il processo di parità fra i sessi, per stoppare la voce delle donne. Condanniamo tutto ciò perché la chiesa deve esser luogo di pace, a partire dai propri vertici, che devono essere formati per riconoscere le violenze e capaci di dire basta alle violenze di genere».

Non lascia spazio a fraintendimenti il testo prodotto dalla pre-assemblea delle donne luterane, che si sono riunite nei giorni scorsi: un appello accorato e indignato allo stesso tempo, che inchioda senza possibilità di replica anche le comunità di fede alle proprie responsabilità. Un documento frutto di intense discussioni, che tiene conto della particolare condizione socio-culturale di molte realtà ma che forse, con toni e sfumature differenti, può esser valido a ogni latitudine. La violenza non è solo quella fisica, ma si manifesta in varie forme, più o meno subdole, più o meno consolidate.

Non a caso gli stessi pre-sinodi regionali, in particolare quelli africani e asiatici, hanno sottolineato come le donne siano di fatto escluse da ruoli di leadership all’interno dell’organigramma delle chiese, nonostante a oggi l’82% delle chiese membro della Federazione luterana mondiale riconosca l’ordinazione di donne pastore. Ma a molte, quando con fatica riescono a terminare gli studi, non viene di fatto concessa la possibilità di esercitare.

Il documento, approvato ad amplissima maggioranza fra un fiume di applausi dall’Assemblea luterana mondiale, in corso in questi giorni a Windhoek, la capitale della Namibia, cita il testo di Martin Lutero La cattività babilonese della Chiesa: «Siamo tutti sacerdoti, i sacerdoti sono ministri scelti fra noi e tutto ciò che fanno lo fanno in nostro nome». Gli applausi sono unisex, con l’augurio che non restino pubbliche esternazioni fini a se stesse, ma reale presa di consapevolezza di una piaga, vergogna non solo delle chiese, ma delle intere società.

Non è tutto nero all’orizzonte. Le donne luterane mostrano di apprezzare, e molto, il documento sulla giustizia di genere, disponibile oggi in 22 differenti lingue e frutto di anni di lavoro da parte della Federazione luterana mondiale, sfociati in uno scritto che sta ispirando molte comunità di fede, ma esortano tutti i leader del movimento luterano a farlo proprio, sempre e ovunque, trovando risorse e energie per sviluppare tavoli di lavoro sul tema.

Nel suo ampio e a tratti toccante discorso di saluto al termine del proprio settennato alla guida della Federazione luterana mondiale, il vescovo Munib Younan non dedica nemmeno una riga all’argomento. Segnale forse che la strada da fare per una reale giustizia di genere è ancora lunga.

Immagine di Riforma

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