Da almeno trent’anni il tema della corruzione occupa una parte importante del dibattito politico: da “Mani pulite” in poi, in particolare, l’essere stati implicati in casi di corruzione è diventato sempre di più un elemento di appartenenza e non soltanto di programma. Anche per questo, ma non solo, diventa centrale dotarsi di strumenti per prevenire i fenomeni corruttivi e anche per comprenderli in modo più strutturato.

Giovedì 6 aprile a Roma, in occasione della seconda Giornata nazionale contro la corruzione in sanità, è stato presentato il secondo rapporto sulla corruzione percepita nel settore, realizzato dal Censis in 136 strutture sanitarie nell’ambito del progetto Curiamo la corruzione, coordinato insieme a Transparency International Italia, a Ispe Sanità e RiSSC.

Il settore della sanità è centrale nella vita quotidiana di ogni cittadino e muove grandi energie e risorse, anche economiche. Proprio per questo, il progetto "Curiamo la corruzione" ha l’obiettivo di aiutare il Servizio sanitario nazionale, tra i più importanti al mondo per dimensione e universalità, a ridurre il livello di corruzione attraverso una maggiore trasparenza, integrità e responsabilità. «Il nostro – spiega Anna Italia, responsabile di ricerca presso il Censis – è un progetto pilota di tre anni e questo è il secondo rapporto annuale. Non raccontiamo soltanto i risultati della nostra attività di ricerca, ma anche i risultati delle nostre attività di sperimentazione, le nostre attività-pilota che portiamo avanti in quattro Asl: Bari, Melegnano e Martesana, Siracusa e Trento».

In questo rapporto si parla di “percezione della corruzione” o “corruzione percepita”: cosa significa?

«Un conto è la corruzione acclarata, reale, il reato di corruzione che conosciamo sulla base dei risultati delle attività di contrasto e controllo e dalle indagini. Un altro è invece la percezione: tutto quello che ha a vedere con la criminalità, con la sicurezza e con ciò che sembra non funzionare va a costruire un dato di percezione che a volte non corrisponde esattamente con quella che poi è la realtà dei fatti. Nel caso della sanità, poi, abbiamo a che fare con un settore che è particolarmente delicato, perché stiamo parlando della cura delle persone, della tutela della salute e in qualche caso anche della vita delle persone. È chiaro che il dato di percezione in questo caso è fondamentale e bisogna dire che il cittadino in questo campo è particolarmente attento. Oltretutto nel nostro report abbiamo fatto un’indagine di percezione sui responsabili della prevenzione della corruzione delle Asl, quindi stiamo parlando di operatori del servizio sanitario, quindi di persone che sono più sensibili ed esperti sul tema della corruzione».

Quello sanitario è un settore molto ampio: qual è l’ambito in cui il rischio di corruzione è maggiore?

«Dalla nostra ricerca emerge che è quello degli appalti: a pensarci bene è abbastanza evidente, perché c’è la necessità da parte di chi gestisce la sanità pubblica di rifornirsi di beni e servizi da privati e spesso si tratta di gare d’appalto che sono di grossa entità. Stiamo parlando di una spesa di circa 113 miliardi annui, per cui è chiaro che in questo settore si annida una probabilità maggiore di corruzione rispetto agli altri».

Ci sono altri punti particolarmente critici?

«Al secondo posto tra i settori più problematici i responsabili della prevenzione hanno messo le liste d’attesa, quindi uno degli aspetti più rischiosi del rapporto tra medico e paziente, o comunque fra servizio sanitario e cittadino, un cittadino che ha interesse a essere visitato e curato nel più breve tempo possibile e a volte può anche essere disposto a scavalcare in qualche modo le regole, soprattutto se gli viene proposto. Al terzo posto ci sono le nomine, un settore particolarmente delicato: spesso le nomine, soprattutto quando si parla dei soggetti apicali, sono a cavallo tra tecnico e politico e quindi anche lì si possono annidare i rischi di corruzione».

All’interno del sistema sanitario esistono dei piani organici anticorruzione?

«Da quasi cinque anni abbiamo una legge-quadro sulla corruzione, la 190/2012, conosciuta come Legge Severino. All’interno di questa norma si prevede che tutte le strutture pubbliche, quindi non solo le Asl, abbiano un responsabile della prevenzione della corruzione a cui spetta il compito di stilare il piano della prevenzione della corruzione nella specifica struttura o area. Qui la questione diventa complessa, perché l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, ha stabilito delle linee-guida, ma poi il singolo piano va tarato sulla realtà territoriale delle singole strutture. In ogni caso i piani sono stati fatti e sono resi pubblici sui siti delle aziende sanitarie, quindi oggi tutte hanno un piano anticorruzione».

Quindi possiamo dire che il sistema si muove?

«Diciamo che la corruzione esiste, e dalla nostra indagine risulta che un’azienda sanitaria su 4 è stata in qualche modo coinvolta da episodi di corruzione, ma nel contempo qualcosa si sta muovendo: esiste questa normativa a livello nazionale ma soprattutto esistono una serie di strumenti che le singole Asl stanno mettendo in campo in questo momento: non si tratta solo di quelli di cui abbiamo già parlato, ma anche per esempio la possibilità di segnalare illeciti ed episodi di corruzione da parte del dipendente, facendo whistleblowing attraverso piattaforme online anonime, oppure la presenza di protocolli di integrità che vengono siglati tra le aziende sanitarie e le aziende private che partecipano agli appalti, in cui ciascuna parte si impegna a rispettare determinate regole di buona condotta, codici etici di comportamenti interni, moduli di formazione. Insomma, si sta facendo molto, ma c’è la necessità di mettere a sistema queste azioni e di introdurre su ampia scala alcune buone pratiche che già esistono all’interno del nostro sistema sanitario. C’è bisogno anche di uniformare gli strumenti, perché poi come al solito abbiamo un nord che funziona di più e un sud che funziona di meno».

Insomma, la strada migliore per “curare la corruzione” è quella della prevenzione?

«Occorre prevenire, sensibilizzare, fare formazione. È necessario che bisogna che le persone che lavorano all’interno di un sistema, ma anche i cittadini che ne fruiscono, sappiano quali sono i loro diritti e conoscano anche i loro doveri. Ecco, bisognerebbe sempre fare un po’ di etica pubblica, perché è vero che non è possibile sconfiggere totalmente il fenomeno della corruzioe, ma forse lo si può arginare».

Immagine: via Flickr - paola rizzi

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