Una chiesa di testimoni aperta al tempo presente

Si è svolto ad Arles il Sinodo della Chiesa protestante unita di Francia, regione Provenza, Alpi, Corsica e Costa Azzurra

Dal 20 al 22 novembre si è svolto ad Arles il sinodo della Chiesa protestante unita di Francia, regione Provenza, Alpi, Corsica e Costa Azzurra. Un sinodo che è necessariamente amministrativo, perché in Francia ogni regione ecclesiastica gestisce le finanze, provvede a pagare i dipendenti ed ha un ufficio di presidenza a tempo pieno, ma che non vuole essere solo gestionale. Come ogni anno, vi è un tema che ispira ed occupa buona parte delle discussioni, e quest’anno verteva su «Una chiesa di testimoni sì, ma come?». Inutile sottolineare come ogni volta che ci si confronta con le sorelle e fratelli francesi si respiri aria di casa nostra. Le preoccupazioni per la secolarizzazione, l’essere minoranza, le benedizioni di coppie omosessuali e le finanze sono simili alle nostre. Ma anche la voglia di non rassegnarsi, di reagire, di riprendere un tema, come quello della testimonianza-evangelizzazione che era un po’ stato messo da parte. Il dibattito intenso, cui hanno partecipato un centinaio di persone tra delegati, pastori, osservatori e invitati, ha messo in luce le difficoltà di chi vuole testimoniare senza rinunciare alle proprie radici, all’innovazione e al dialogo. Il documento finale sul tema dice, fra le altre cose: «Le nostre radici non si situano nella Chiesa e nel suo passato, ma nella Parola vivente di Dio. Una Chiesa di testimoni è una chiesa che, nella riconoscenza dei doni ricevuti dal passato, si apre al tempo presente (…). La testimonianza alla quale siamo chiamati comporta una parte di impegno individuale. Eppure, nella nostra tradizione protestante, si esprime anche attraverso azioni comuni che, sovente, sono azioni di Chiesa. In questo contesto, il primo luogo di testimonianza è il culto domenicale (…). Ciò che abbiamo ricevuto in eredità, tocca a noi investirlo, lasciandoci sempre di nuovo “dynamiser” dello Spirito Santo che ci aiuterà a trovare le parole e i gesti opportuni, portatori di senso per i nostri contemporanei».

Il Sinodo si è aperto esattamente una settimana dopo i fatti criminali compiuti dagli integralisti islamici a Parigi. Gilles Pivot, presidente della regione ecclesiastica, lo ha sottolineato nella sua relazione di apertura, parlando di una chiesa straziata che non deve cedere però né al fatalismo, né al silenzio. Una chiesa che deve essere capace di vigilanza contro i fondamentalismi, senza però rinunciare al dialogo, capace di testimoniare la propria fede in Cristo e di preoccuparsi del futuro dell’umanità. In un commosso intervento Laurent Sclumberger, presidente nazionale della Chiesa protestante unita, ha riferito dei molti messaggi di solidarietà ricevuti da quaranta chiese sorelle nel mondo, tra cui la nostra. I messaggi più toccanti sono stati quelli delle piccole chiese protestanti libanesi e siriane, facenti parte di una minoranza cristiana che molti islamici, e non solo gli integralisti, discriminano e vorrebbero far scomparire.

L’impressione generale di questo Sinodo è di una grande vivacità, emersa anche dal culto domenicale, gestito dal pastore Stefano Mercurio che aveva quest’anno la funzione di cappellano sinodale. Una vivacità che non vuole nascondere i problemi (sono stato colpito dalla scarsissima presenza giovanile), ma capace di criticarsi, discutere e cercare nuovi campi di azione. Una chiesa che sa ricercare l’unione tra riformati e luterani, senza perdere le specificità e le storie delle due confessioni. Una chiesa sorella che – sarà perché è cosi vicina ai nostri confini, perché sa cos’è la laicità, o perché sono uno degli ultimi valligiani che da bambino parlava francese – io sento più sorella delle altre. E non sono il solo.

Foto "Place de la Republique Arles" by Fijnlijn - Own work. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons.

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