L’ideologia gender esiste, ma non è quella che ci raccontano

La lente degli studi di genere per migliorare la società

Con l’apertura delle scuole sono tornati alla carica gli oppositori all’ideologia gender o teoria del gender. Nulla di originale a dire che ciò cui si oppongono queste persone non esiste o, come suol dirsi nell’era di Internet, è una bufala. Non esiste una cosa che si chiami ideologia o teoria gender, lo ha ribadito anche la ministra all’Istruzione Giannini, con una circolare ufficiale che la definisce una “truffa culturale”. Tuttavia, come insegna la storia, non basta dire che una cosa non esiste per convincere chi sostiene invece la sua esistenza.

Esistono invece i cosiddetti “gender studies”, ovvero “studi di genere”. La parola “gender” ha infatti un corrispondente in italiano, ma purtroppo l’inglese è usato sempre più per fare confusione — accade analogamente per la parola “welfare”.

I gender studies non sono un impianto teorico né un progetto ideologico, o almeno non più di quanto non lo siano gli studi di botanica o di storia dell’arte. Sono piuttosto studi interdisciplinari che affrontano il ruolo della sessualità, del rapporto tra uomini e donne, le identità maschili e femminili. Gli studi di genere sfidano e de-costruiscono stereotipi o assiomi consolidati, ma non hanno niente di particolare da offrire in sostituzione dei modelli messi in discussione. La responsabilità di “ricostruire” sta agli attori della società: scuole, chiese, istituzioni pubbliche e private, industrie culturali.

Ecco perché chiamare gli studi di genere “ideologia” o “teoria” è scorretto e falso.

Gli studi di genere sono figli della rivoluzione femminista del secolo scorso, che ha proposto nuovi modelli di società: si è cominciato col suffragio femminile e si è continuato con l’accesso — almeno in teoria — delle donne a posizioni sociali riservate agli uomini. La società nella quale sono cresciuto ha scuole con classi miste, e per miste si intende maschi e femmine che studiano insieme. Non solo una volta non era pensabile che bambini e bambine studiassero nella stessa classe, ma era impensabile che le bambine dovessero studiare del tutto.

Gli studi di genere analizzano i fenomeni e la società e non propongono necessariamente modelli alternativi, o comunque non lo fanno in maniera univoca. Certo, diversi studiosi e studiose di genere diffondono idee, teorie, oltre alla semplice analisi, ma non c’è “una teoria” che le comprenda tutte, e l’impostazione di questi studi non intende fare una mera operazione di sostituzione di un modello con un altro, anche perché contesta proprio la presenza di un modello di riferimento.

Gli studi di genere verificano se vi sia una correlazione tra determinati fenomeni e i modelli di uomo e donna vigenti nella società. In particolare, un grosso interesse degli studi di genere è la questione della violenza. C’è un legame tra genere e violenza? E se sì, riusciamo a combattere la violenza, a ridurla, magari ad eliminarla, facendo una riflessione “gender-oriented”, che analizzi gli aspetti legati al genere?

Facendo un paragone, è come la lente del microscopio: con una determinata lente posso vedere cose che non vedo con altre. Questo non esclude che ne usi anche altre, ma posso permettermi di rifiutare una lente in particolare per motivi ideologici?

I motivi ideologici, appunto, contro gli studi di genere: in realtà una teoria gender, un’ideologia, un impianto strutturato e consolidato di pensiero sul genere esiste, ma non è quello che ci raccontano. È quella prassi affermata e diffusa che assegna alle bambine in quanto femmine un mondo rosa — colore della carne — , bambole, vestiti da principesse, trucchi, scope, stracci e padelle, e ai bambini in quanto maschi un mondo azzurro — colore del cielo —, pistole e cappelli da cowboy, con allegata la facoltà di lasciare le cose in disordine perché tanto passa tua sorella o tua madre a sistemare. È quell’ideologia secondo cui una donna violentata deve essersela cercata, perché — nel migliore dei casi — non doveva uscire la sera tardi o — nel peggiore — doveva coprirsi meglio. È quella teoria che ritiene le donne stupide — “cervello da gallina”, mica “da gallo” — o gli omosessuali delle quasi femmine — e dunque ci sta che qualcuno faccia loro male. È quell’ipocrisia secondo cui ci vorrebbero i bordelli legalizzati perché così la salute delle prostitute è controllata, perché non sia mai che i clienti vengano infettati da queste donne, mentre il contrario può capitare. È quella follia che giustifica uomini che si suicidano ad uccidere moglie e figli, come fosse normale considerare il prossimo una mera estensione, dépendance o appendice della propria persona. 

Tutto ciò è strutturato e consolidato in ciò che potremmo azzardare a definire una vera e propria “ideologia gender”, che è proprio quel che gli studi di genere mettono in discussione. Un’ideologia gender a cui piace chiamarsi “normalità”, “tradizione”, “natura”, “valori cristiani”.  Se esiste un’ideologia del genere, non è quella contro cui si parla in questi ultimi anni.

Mi sarebbe piaciuto vedere chi usa l’arma della paura, chi parla di minaccia per la salute psicofisica e spirituale dei nostri bambini, chi vede studi di genere e ISIS come pericoli analoghi, mi sarebbe piaciuto vedere queste persone lottare con la stessa passione contro l’ideologia di genere che relega la donna a fare la calzetta e l’uomo a sfamare e proteggere la “sua” donna. Mi sarebbe piaciuto vedere queste persone solidarizzare con quell’uomo ridotto in fin di vita perché non corrisponde al corretto modello di maschilità o dare ospitalità a un ragazzo cacciato di casa dai suoi genitori perché si sente una ragazza.

Non lo hanno fatto, però, perché l’ideologia acceca. Anche le persone perbene.

Ma allora, sono al sicuro i nostri bambini a scuola? Non sono mai al sicuro, ma possono esserlo un po’ di più se avvertiti di pericoli veri e non inventati, nella speranza che costruiscano un mondo migliore di quello che abbiamo dato loro.

Foto di kristin_a via Flickr | Licenza CC BY-SA 2.0