"Notizie senza approdo", come i media raccontano i migranti

Presentato ieri alla Camera il settimo rapporto dell'associazione Carta di Roma. Tra i dati, quello sulla presenza in voce di migranti e rifugiati nei servizi giornalistici sulle migrazioni: pari solo al 7 per cento

Sbatti l’immigrato in prima pagina. Di migranti e migrazioni si parla sempre di più, in Italia, ma i toni non cambiano. Si è parlato della rappresentazione mediatica del fenomeno migratorio ieri, martedì 17 dicembre, alla Camera dei deputati, in occasione della presentazione del settimo rapporto dell’associazione Carta di Roma, “Notizie senza approdo”.

Nel 2019 sono state infatti 1.091 le notizie dedicate al tema dell’immigrazione sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani, il 30% in più rispetto all’anno precedente. Alta anche la visibilità del tema nei telegiornali di prima serata: 4.002 le notizie sull’immigrazione, e nel primo semestre del 2019 ha dedicato all’immigrazione il numero più alto di servizi degli ultimi 15 anni. Ma mentre aumentano le dimensioni tematiche della gestione dei flussi migratori (prima voce con il 51%) e della dimensione sociale-culturale (seconda voce con il 23%, 5 punti in più rispetto alle rilevazioni degli ultimi anni), il tema dell’accoglienza si dimezza rispetto all’anno precedente (collocandosi al quarto posto con il 9% di attenzione). La presenza in voce di migranti e rifugiati resta bassissima: il 7 per cento, 9 punti percentuali in meno rispetto al 2018. E il focus pare sempre essere l’emergenza, il contesto è quello che descrive la migrazione come un luogo di conflitto, non come una risorsa. 

Occorre «Riconnettere parole e cose», ha osservato Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa (Fnsi), portando i suoi saluti all’inizio del dibattito moderato da Anna Meli, direttrice comunicazione della Ong Cospe. Secondo Valerio Cataldi, giornalista del Tg3 (che ha tra l’altro seguito il viaggio di un corridoio umanitario della Federazione delle chiese evangeliche in Italia – Fcei – dal Libano a Roma, lo scorso marzo) e presidente di Carta di Roma, “la politica lancia lo slogan e le redazioni – a parte alcune isole felici – cercano di adeguarsi, cercano un racconto che renda vero ciò che politica urla. E gli slogan sono fatti di parole che si moltiplicano: il termine “negro”, ad esempio, che quest’anno è stato usato 72 volte, soprattutto nell’informazione sportiva. Oppure un’altra parola che si ripete è “invasione”, scritta 420 volte lo scorso anno, più di una volta al giorno, quest’anno più di 700 volte!”. Contro questo uso deviato e deviante delle parole, i giornalisti dovrebbero «mettersi in una posizione di ascolto», per il cronista.

Che vi sia un gap tra cosa accade, cosa leggiamo e quale idea ce ne facciamo, lo ha confermato il politologo Ilvo Diamanti: «Ci sono la realtà, la percezione e la rappresentazione. L’8 per cento è il numero dei migranti arrivati e presenti in Italia: la realtà è stabile, dal 2005 a oggi il fenomeno migratorio è sempre quello», ma non corrisponde a ciò che pensa l’opinione pubblica. «Secondo gli italiani gli islamici sono il 20 per cento della popolazione mentre sono il 2 per cento. Allora io dico – ha continuato Diamanti – facciamo un esperimento, diciamo “mandiamoli via tutti”, tutte le persone “straniere” che si occupano di lavoro domestico e altri lavori nelle aziende italiane. Mandiamoci i nostri figli, in fonderia… Questo è insomma il paese dell’irrealtà. Vi è una coincidenza tra percezione negativa dell’immigrazione e campagne elettorali. Il problema è che sono sempre di più le notizie ansiogene e che gli immigrati sono divenuti un oggetto di spettacolo. Fanno audience». Hannah Arendt la chiamò “la banalità del male”: «Spero finirà questo spettacolo. O vogliamo rassegnarci alla fiction (della realtà)?», ha concluso il politologo.

Paola Barretta dell’associazione Carta di Roma e dell’Osservatorio di Pavia ha osservato che nel 2019 «Solo un giorno, il 22 luglio, non si è parlato nei telegiornali di immigrazione» e che si riscontra nei media italiani una certa «passività dei profughi: i rifugiati sono “agiti” o perché qualcun altro parla a loro nome o perché sono vittime».

Capire dunque «come e quanto l’informazione ha influito sulla vita quotidiana dei cittadini immigrati in Italia» diventa un elemento essenziale, come ha spiegato Djarah Kan,  cantante e scrittrice afroitaliana.

L’antidoto a una rappresentazione deviata della realtà, secondo  Triantafillos Loukarelis, direttore Unar, potrebbe essere una «Contro narrazione, basata e fatta a partire dalle  storie individuali delle persone».

Ozlem Önder, vice presidente di Unione Italiana per i Rifugiati ed Esuli (UNIRE), rifugiata curda originaria della Turchia, ha spiegato la scelta di 7 rifugiati di “auto narrarci”, essenziale «se consideriamo che come rifugiati non abbiamo rappresentanza politica. Ciò detto, c’è sì il linguaggio dell’odio ma anche un altro linguaggio, che è quello della compassione, che va combattuto. Le storie vanno sì raccontate ma non devono essere per forza tristi, io stessa a un certo punto mi sono resa conto che quella che volevano da me era solo la “storia della bella ragazza curda arrivata in Italia”».

Qui è possibile leggere e scaricare il rapporto di Carta di Roma


L’Associazione Carta di Roma è nata per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (Cnog) e dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) nel giugno del 2008. Vede tra i fondatori e ancora oggi nel direttivo la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei).

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