Sabato 3 giugno a Milano, in occasione delle celebrazioni per il Cinquecentenario della Riforma protestante, la Federazione donne evangeliche in Italia (Fdei) promuove un incontro dal titolo: «Parlare con una lingua libera. Quale spazio per le donne nella Riforma?» che, dalle 10,30 alle 12,30, si terrà presso il Teatro Dal Verme (Foyer) - Via S. Giovanni sul Muro, 2.

Abbiamo rivolto alcune domande alla pastora valdese della chiesa di Milano, Daniela Di Carlo, co-promotrice dell’appuntamento e dell’intera iniziativa che, da domani sino al 4 giugno, porterà nel capoluogo lombardo una tra le più importanti kermesse celebrative: «500 anni di Riforma protestante 1517-2017».

Pastora Di Carlo, a Cinquecento anni dall’affissione delle 95 tesi di Lutero sul porta della chiesa del Castello di Wittenberg molto si conosce del percorso della Riforma avvenuto in Germania, in Francia e in Svizzera, non altrettanto, e così a fondo, su ciò che avvenne in Italia. È corretto parlare anche di una Riforma protestante italiana?

«Certamente, possiamo parlare di una Riforma protestante in Italia anche se non con i toni trionfalistici che si possono usare per definire ciò che avvenne in altre parti d’Europa. Sentiamo però il dovere di attribuire grande riconoscenza a quelle donne e a quegli uomini che aderirono al movimento valdese e che con profondo coraggio, già nel medioevo, precisamente nel XII secolo, prima a Lione – e dopo la scomunica avvenuta da papa Lucio X nel 1184 – predicarono l’evangelo in molte parti d’Italia, in particolare in Piemonte, Lombardia, Puglia e Calabria. Nel ’500, poi, sorsero circoli culturali di grande rilievo, seppur piccoli, formati da coloro che si riconoscevano con ciò che stava accadendo nei paesi toccati dalla Riforma luterana, calvinista, zwingliana e dall’altra della Riforma Radicale composta da coloro che, pur trovando la necessità di un pensiero riformato non si riconoscevano nelle chiese dei principali riformatori. Sguardi diversi, questi, che però contribuirono alla creazione di quel protestantesimo pluriconfessionale del quale siamo figlie e figli oggi».

Il mutamento religioso e sociale determinato dalla Riforma protestante contribuì, in modo rilevante, a cambiare il posto delle donne nella chiesa, ma anche a dare loro una nuova consapevolezza producendo altri cambiamenti anche nella famiglia e nella società. Si può parlare di un nuovo protagonismo femminile?

«Sì. La Riforma ha gettato le basi, nel tempo, per garantire significative e profonde libertà alle donne. Ogni movimento nato, seppur in maniera differenziata, dalla Riforma ha contribuito al mutamento della società e dell’elaborazione teologica. In particolare l’idea di un ministero universale favorì quell’elaborazione, una vera fucina di idee, che rese possibile e favorì negli anni a seguire la consacrazione pastorale alle donne».

Quali furono le donne più influenti, poi divenute punto di riferimento in Europa e in Italia e che seppero dare respiro e far proseguire il percorso avviato da Lutero?

«Non solo da Lutero ma anche da Calvino. Pensiamo infatti a Renata di Francia che si trasferì nel 1528 a Ferrara e che decise di aprire le porte della sua casa alla frequentazione di intellettuali, e agli scambi culturali generati dalla Riforma, i cui protagonisti per questo furono perseguitati e che proprio da lei ottennero asilo. Calvino stesso si presentò da lei e divenne la sua guida spirituale, conserviamo tutt’oggi la fitta corrispondenza epistolare che rimase costante anche dopo il suo ritorno a Ginevra.

Sempre a Ferrara, troviamo Olimpia Fulvia Morata che contribuì alla nascita di una piccola cellula protestante costituita da rifugiati provenienti dalla Francia, ma anche di intellettuali italiani inquisiti e condannati per le loro idee religiose.

Non possiamo poi dimenticare, poi, Vittoria Colonna che a Napoli abbracciò con altre e altri come Marcantonio Flaminio, Jacopo Bonfadio, Scipione Capece, Bernardino Ochino, Pietro Martire Vermigli, Galeazzo Caracciolo, Gian Francesco Alois, Pietro Carnesecchi, Isabella Bresegna Monrique, Caterina Cibo, il pensiero riformato di Juan de Valdes che diffuse ed elaborò gli scritti e quindi il pensiero di Lutero».

Nel titolo scelto per l’incontro di sabato a Milano, e al quale lei parteciperà, è contenuta l’esplicita domanda: quale spazio per le donne nella Riforma? Possiamo aggiungere: oggi?

«Naturalmente, oggi le donne occupano uno spazio sempre più apprezzato nelle chiese figlie della Riforma protestante. Il genio, il pensiero delle donne è all’opera adesso, basta vederlo tra gli incarichi che esse ricoprono,nelle Unioni Femminili, nella Fdei, nella chiesa in generale. Le donne portano un’attenzione particolare rispetto al linguaggio con il quale dire: “Dio”, oggi. Un Dio che sia inclusivo non solo per le donne ma anche per coloro che sono state e stati posti ai margini delle chiese. Le donne protestanti oggi mantengono viva l’attenzione e contrastano la violenza di genere, proprio per questo, oggi pomeriggio abbiamo previsto nell’ambito delle celebrazioni per il Cinquecentenario, una “bolla del silenzio”, idea simbolica per denunciare pubblicamente ogni violenza sessuale. Un lavoro, quello delle donne che ha cambiato radicalmente l’idea di chiesa in passato e continua a farlo oggi nel tentativo di costruire una chiesa che si appoggia sulla Parola e sulla giustizia di Dio». 

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