Sono «strane» queste «straniere»

«Strane straniere» è il ritratto di cinque donne. Un docufilm di Elisa Amoruso oggi nelle sale cinematografiche italiane

Cinque donne sono arrivate in Italia da paesi diversi. Tra i motivi che le hanno spinte a lasciare le loro radici: l’amore, il lavoro, la curiosità, o forse il destino. Ognuna di loro però, nel tempo, è riuscita a inventarsi un’attività e a integrarsi con successo.

Distanti per esperienze e provenienza ciò che le accomuna è l’essere di origine straniera. Tra lavoro, famiglia e relazioni, la storia di queste cinque donne emerge con forza nel documentario della regista Elisa Amoruso. In «Strane straniere» le vicende si dipanano e s’intrecciano, e raccontano, in modo audace e leggero, cosa voglia dire vivere la propria identità mantenendo intatte le proprie tradizioni culturali e religiose, nel nuovo paese che si è «deciso» di abitare.

Un lavoro scaturito dall’omonimo progetto antropologico di Maria Antonietta Mariani che, in passato, aveva intervistato quindici donne provenienti da paesi diversi e tutte divenute imprenditrici in Italia.

Ana, Ljuba, Radi, Sihem e Sonia, sono i nomi delle protagoniste del film documentario che oggi, otto marzo, esce nelle sale italiane.

L’idea di far uscire il film in questa data simbolica non è stata però della regista, bensì, del distributore, l’Istituto Luce di Cinecittà.

«Credo abbiano inteso la giornata come un’occasione per favorire il dibattito sulla scia delle manifestazioni del movimento “Non una di meno”», ha ricordato Amoruso in un’intervista pubblicata sul sito dell’Associazione Carta di Roma.

Giornata a parte, le storie contenute nel film sono interessanti, ricche di stimoli e curiosità, un film da vedere.

Radi, ha lasciato la Bulgaria per un amore rivelatosi una trappola e in Italia ha scoperto la passione per il mare e creato una cooperativa di sole donne.

Ana, croata e Ljuba, serba, sono invece arrivate in Italia come jugoslave. Si sono incontrate per caso, ben presto diverranno amiche inseparabili e apriranno un atelier: una piccola galleria d’arte nel centro di Roma.

Sonia è la proprietaria del ristorante cinese più conosciuto di Roma.

Sihem e il compagno Ciro risiedono in campagna e si occupano di animali. La loro giornata è fitta d’impegni e sempre insieme e innamorati hanno fondato un’associazione che si chiama la «La Palma del sud» ad Aprilia, dopo il loro arrivo dalla Tunisia: un pezzo di mondo arabo nel paesaggio laziale e un sostegno per coloro che, italiani e stranieri, si trovano in difficoltà economiche.

Il film ha ottenuto l’interesse culturale del Mibact.

Qui l’intervista completa alla regista.

Immagine: un fotogramma del film

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