Dopo le scuole, le chiese. Nelle comunità locali battiste, metodiste e valdesi, qui la prima, là la seconda domenica di ottobre, ripartono le attività secondo l’organizzazione che ognuna di queste realtà del protestantesimo storico si è data e conserva come un tratto della propria identità. Un elemento ulteriore, nelle chiese metodiste, verrà dal culto che ricorda il «rinnovamento del Patto con Dio», all’inizio di gennaio, e in alcune realtà delle valli valdesi, l’appuntamento autunnale della ripresa vien fatto coincidere con la Festa del raccolto. Un modo per sentirsi vincolati a una scansione temporale che, in un certo senso, «mette ordine» nelle nostre vite, e che seguirà poi l’anno liturgico fino a Pentecoste.

Dunque, tutto come gli altri anni? In un certo senso sì, per quanto di rassicurante cerchiamo nella ripetizione delle piccole e grandi abitudini. Per altri versi no. Nella prossima Assemblea battista, a fine ottobre, le chiese discuteranno di intercultura, tema attualissimo perché molte nostre comunità sono arricchite da chi, all’interno di grandi famiglie denominazionali, proviene da una cultura lontana.

Non basta. L’anno che si è concluso ha reso manifesta una discussione che forse stentava a prendere piede nelle comunità e nelle strutture, ma che ora è apertamente decollata nelle Conferenze distrettuali e nel Sinodo: la consistenza numerica delle chiese è in calo, si avverte urgente il bisogno di leggere di più la Bibbia affiancando anche metodi diversi, e intanto vecchie e nuove emergenze caratterizzano la vita di molti e molte, a cui occorre portare aiuto. Iniziando un nuovo anno, però, non possiamo mettere in opposizione la predicazione e la diaconia: la parola evangelica si manifesta in modi diversi e in modi diversi coinvolge fratelli e sorelle impegnati nelle loro realtà particolari.

Questi sono anni in cui è facile sapere tutto o quasi tutto, perché i nostri apparati tecnologici ce lo consentono; ma più abbiamo a disposizione la realtà e le riflessioni degli altri, più vogliamo dare libero corso al nostro particolare, soggettivo modo di rapportarci alla nostra vita: sul lavoro, nel tempo libero, nelle relazioni con gli altri, e anche nella Chiesa, comportandoci anche in maniere diverse a distanza di poco tempo. Succede anche in politica: non c’è più la fedeltà «a vita» verso un partito.

Allora, proprio mentre la soggettività reclama i suoi diritti, che sono giusti perché ogni visione personale della vita (e quindi della Chiesa) aggiunge sfumature e tocchi personali alla tavolozza di colori delle nostre comunità, deve essere chiaro che tutto questo ha un senso se ci si riconosce in una causa comune, e ci si trova ben disposti a seguire le modalità (magari diverse) di chi ci sta intorno: nessuno e nessuna deve essere trascurato per il fatto che sembri far parte di un «altro modo» di vivere la Chiesa; ne esiste solo uno che è la sequela di Cristo.

Immagine: la Pentecoste del 2015 a Torre Pellice

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