Mai così sicuri, mai così impauriti
La paura promossa da media e social ci fa inventare i nemici. I dati dicono che la criminalità è ai minimi storici, ma noi ci chiudiamo in casa e inventiamo capri espiatori. Il vitello d’oro della sicurezza
«Il coraggio non manca… è la paura che ci frega» diceva Totò. La paura conta più della ragione, della realtà e dei numeri. Anche oggi in Italia la paura non manca eppure non è mai stato un Paese con così poca delinquenza. I dati del Viminale sull’Indice di criminalità raccontano una realtà lontana da quello che ci viene rifilato dai social e dalla televisione: i reati totali scendono a 2,3 milioni. I furti calano del 5,9% e restano sotto il milione, mentre gli omicidi toccano il minimo storico. A confermarlo a livello globale sono i dati UNODC (2024): con un tasso di circa 0,57 omicidi ogni 100.000 abitanti, l’Italia è stabilmente tra le nazioni più sicure d’Europa e del mondo intero, lontanissima dai livelli di Stati Uniti (5,76) e distanziata anche da Francia (1,33) o Germania (0,92).
Se i numeri ci rassicurano, le sensazioni ci tradiscono. Viviamo in uno dei contesti più sicuri di tutta la storia dell’umanità, ma siamo dominati dalla paura. Già Adamo scoprì la paura nel Paradiso terrestre, luogo notoriamente sicuro, indicando che paura e pericolo non sono così strettamente legati. Ci sentiamo completamente sopraffatti dall’incombere di rischi enormi (crisi climatica, ambientale, atomica, sanitaria) e istintivamente siamo portati a “rifugiarci” su rischi vicini e concreti, la piccola criminalità che vediamo sotto casa, lo scippo, il vandalismo. Come gli ebrei hanno creato il vitello d’oro per poter dare un volto a un Dio inafferrabile, oggi fabbrichiamo gli “idoli” delle nostre paure perché ci sentiamo impotenti di fronte ai rischi globali. È una scorciatoia che ci illude di ripristinare l’ordine, fuggendo la complessità del mondo presente, meccanismo che i “potenti della terra” sfruttano e alimentano.
Un altro elemento per comprendere il meccanismo della paura è il cambiamento che, a seguito del benessere raggiunto in Occidente, ci ha trasformati da “persone agenti”, attive per modificare la realtà, a “persone vulnerabili” che devono soprattutto difendere e tutelare quello che hanno: da una prospettiva di conquista, a una di difesa. La vita si è medicalizzata e qualunque incidente di percorso deve essere affrontato con il soccorso di uno “specialista” (il trauma, la dieta, l’abbandono, la dipendenza e così via). Allo stesso modo i figli vanno soprattutto “protetti” da incidenti, da eventi pericolosi, da frequentazioni dubbie.
Questa logica difensiva si riflette nella nostra vita quotidiana. Come nel paradosso dell’uovo e della gallina non sappiamo se sia la paura la causa del “ritiro sociale” (abbandono delle organizzazioni associative e delle chiese, rifugio nell’automazione dei servizi, privatizzazione dello svago, smart working, esasperazione della privacy, food delivery e così via) o viceversa, ma sicuramente c’è una forte connessione fra le due esperienze.
Meno gente vediamo fisicamente e più ne abbiamo paura. È questo il clima nel quale cresce la paura irrazionale, che la cattiva politica strumentalizza e alimenta per come può. A margine, è curioso come questo successo del Governo (perché la riduzione dei reati dovrebbe essere un obiettivo di qualunque governo) sia stato tenuto mediaticamente sotto traccia, forse perché conteneva dati in controtendenza con la narrazione mainstream: i dati forniti dal Viminale dimostrano, oltre alla diminuzione della delinquenza, anche che le Province con la più alta presenza di stranieri non sono affatto quelle con i tassi di criminalità più elevati e, lo dice il rapporto stesso, non esiste una correlazione diretta tra immigrazione e tasso di criminalità.
La paura negli ultimi decenni (dall’11 settembre 2001, per fissare una data) è diventata il carburante principale della politica, della cultura e della comunicazione in tutto l’Occidente. Qualcuno ricorda ancora che negli anni ‘70 e ‘80 si andava in giro in autostop quando il tasso di omicidi era doppio rispetto a oggi? Che negli anni ‘90 si saliva in aereo senza bisogno di identificarsi o di documenti? Che i bambini, fin dalle elementari, andavano a scuola da soli? Che il nome di tutti con relativo telefono e indirizzo era pubblicato sugli elenchi telefonici? Se è vero che la paura ha sempre accompagnato la storia dell’uomo, dobbiamo riconoscere che i suoi confini e il suo potere sulle nostre vite e la nostra società si sono enormemente ampliati in questi anni.
Per difenderci dalla paura, che ormai fa più paura dei pericoli reali, dobbiamo diventare bravi nel valutare correttamente l’entità vera dei pericoli, ritrovare terreni da conquistare (e non solo da difendere), diffidare delle politiche securitarie e coltivare il più possibile le relazioni in presenza. Per i credenti e per i teologi rimane anche il compito di rileggere alla luce di questi cambiamenti le parole della fede dove sono centrali termini quali paura, speranza, timore, rassicurazione. Una rilettura che non può ridursi all’esortazione di non avere paura. Questo lo diceva già il lupo a Cappuccetto Rosso.