Oltre la leggenda del Giambellino: la scuola aperta come risposta alla paura

Milano: nel quartiere periferico un’esperienza che coinvolge la comunità scolastica, il Municipio e alcuni enti del Terzo settore. Da queste aule viene la migliore risposta alla visione che appiattisce la questione migratoria su un problema di ordine pubblico

 

Ci sono dei posti che, a forza di essere nominati, finiscono per diventare qualcosa di più di un luogo. Entrano nell’immaginario collettivo, si staccano dalla geografia e acquistano una loro mitologia. Il Giambellino è uno di questi. A Milano è un quartiere periferico, con una popolazione di origine straniera pari al 25%, con le sue strade, i suoi palazzi popolari, i cortili e le trasformazioni che ne hanno segnato la storia. Ma per chi lo incontra attraverso la musica, i romanzi e i racconti di chi lo ha vissuto, il Giambellino è anche qualcosa d’altro: è una parola che evoca una certa idea di Milano, popolare e periferica, operaia e irregolare, fatta di bar, ragazzi e ragazze, cortili e strade, ma anche di conflitti, diseguaglianze e cambiamenti sociali.

 

Basta pensare a Giorgio Gaber e alla Ballata del Cerutti, dove il quartiere Giambellino diventa lo sfondo di una piccola epopea di strada del povero Drago: il bar, la “madama” che lo ferma e lo spedisce a San Vittore. Il Giambellino riaffiora in forme diverse dagli “Articolo 31” al rap contemporaneo. Ed è proprio questa peculiarità a renderlo interessante. Il Giambellino delle canzoni non è mai esattamente lo stesso: cambiano i ragazzi, i linguaggi, la città e la società. E tuttavia qualcosa rimane: un’idea di quartiere, di strada, di comunità. Il Giambellino non è più coperto di nebbia come nel romanzo di Giovanni Testori degli anni ’50 ma è ancora popolato di ragazze come Gina: giovani donne alla ricerca di un lavoro dignitoso.

 

Ma che cosa resta, oggi, di quel Giambellino? Per rispondere basta entrare nell’Istituto che dirigo. È qui che il quartiere si racconta: tra i banchi si incontrano le generazioni, le famiglie e le culture che hanno trasformato questa parte di Milano. I ragazzi del mio Istituto sono l’ultimo capitolo di una storia fatta di migrazioni: prima dal Sud e dal Triveneto negli anni del boom economico, oggi da ogni angolo del mondo, dal Nord Africa all’America Latina all’Asia. Nelle classi i ragazzi di origine straniera variano da un minimo del 38%, come nella mia secondaria, fino al 70% delle scuole vicine.

 

Oggi noi Dirigenti scolastici, associazioni del terzo settore e Municipio, vogliamo ribaltare un paradigma culturale diffuso: l’idea che la presenza straniera e le periferie complesse siano una minaccia da gestire con politiche securitarie. Il Giambellino dimostra il contrario: la migliore sicurezza urbana, la vera risposta alla paura e al degrado, risiede nel welfare d’inclusione, nella qualità dell’istruzione e nella forza della comunità educante.

I nostri Istituti affrontano oggi la sfida della segregazione scolastica, quel fenomeno per cui la classe media iscrive i figli in scuole centrali, percepite come più “rassicuranti” e performanti. Questo meccanismo impoverisce la periferia, favorendo classi ad alta concentrazione di alunni con background migratorio o altre fragilità. Per evitare che la scuola diventi un “ghetto”, il quartiere ha messo in campo una buona pratica d’eccellenza: il progetto SCOOP (Scuola cooperativa di prossimità), sostenuto dall’impresa sociale “Con i Bambini”.

 

Il cuore di questa esperienza è un Patto territoriale che vede collaborare in modo sistemico il Municipio, tutte le scuole della zona e una fitta rete di associazioni del Terzo Settore, in primo luogo la cooperativa sociale Comunità del Giambellino. Non si tratta di assistenzialismo, ma di una regia cooperativa: le scuole introducono mediatori linguistici e culturali per dialogare con le famiglie, offrono supporto psicologico e organizzano laboratori pomeridiani, di scienze, tecnologia, cinema, giornalismo, sport e orientano i ragazzi e le ragazze verso percorsi scolastici qualificati prevenendo l’insuccesso e l’abbandono scolastico. Si crea così una “scuola fuori dalla scuola” che tiene i cancelli aperti nel pomeriggio, accoglie, crea socialità, aggregazione, competenze.

Il primo compito del Dirigente scolastico è coinvolgere docenti, famiglie e ragazzi in questo progetto etico e pedagogico: non per “abbassare l’asticella” degli apprendimenti, ma per qualificare la didattica attraverso metodologie attive, cooperative e partecipative.

 

I risultati smentiscono ogni pregiudizio, a partire dalle prove Invalsi d’inglese. Nel nostro Istituto i punteggi più elevati sono ottenuti da alunni con background medio-basso. Il livello A2 – il più alto nella scuola secondaria – lo conferma: i nativi lo raggiungono al 90% contro l’87,5% degli stranieri di seconda generazione. Gli alunni cresciuti in contesti multiculturali ottengono performance eccellenti, superiori alle medie nazionali. La presunta debolezza diventa ricchezza cognitiva e l’inclusione un fattore di crescita, rendendo la scuola di quartiere attrattiva anche per le famiglie più abbienti. Le famiglie milanesi non scappano ma fanno a gara per iscriversi: il processo si inverte e dal centro ci si iscrive in periferia.

 

Investire nelle scuole aperte, nella cooperazione tra istituzioni e Terzo Settore non è una gentilezza ideologica. È un vero e proprio investimento strategico sul futuro: l’unica strada efficace per costruire una società civile coesa, sicura e capace di garantire pari opportunità a chiunque. Dopotutto, l’esperienza del Giambellino lo dimostra chiaramente: una scuola davvero competente è proprio quella che sa fare dell’accoglienza e dell’inclusione la sua prima leva di eccellenza.

 

 

Manfredo Tortoreto è dirigente scolastico dell’ IC “Rita Levi Montalcini” – Milano

 

Foto da pagina Facebook “Scoop – Crescere insieme”