Chiese metodiste del Mediterraneo

Intervista al pastore Luca Anziani, di ritorno dal viaggio in Albania per rafforzare le relazioni e la comunione con le chiese sorelle

 

Nel mese di settembre, il pastore Luca Anziani, presidente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia (OPCEMI), ha visitato le chiese metodiste di Albania, nell’ambito di Euromed (Euro Mediterranean Project), un progetto volto a rafforzare le relazioni e la comunione tra le chiese metodiste del bacino del Mediterraneo. Stiamo parlando di Italia, Spagna, Portogallo, Algeria, Tunisia e appunto Albania, chiese di minoranza che condividono molto più di quanto ci si potrebbe aspettare. Non solo ponti mediterranei che guardano al nord Africa e al Medio Oriente, ma anche sponde di dialogo in punti nevralgici dell’Europa meridionale e balcanica. 

 

L’iniziativa nasce nell’ambito delle relazioni internazionali dell’OPCEMI e coinvolge chiese che hanno anche attraversato esperienze di dittatura e repressione. Euromed è stato presentato all’inizio di ottobre a Londra, durante l’incontro dell’European Methodist Council, e il progetto è stato accolto dal Consiglio. 

La visita in Albania si è articolata in due momenti: uno più istituzionale e sociale del paese, l’altro più ecclesiastico. Insieme al pastore Anziani erano presenti il pastore Maliq Meda, Claudio Paravati, direttore di Confronti e Rando Devole, sociologo, giornalista e scrittore. 

 

Perché l’Albania è una tappa importante del progetto Euromed? 

La visita si è inserita in un progetto più ampio di approfondimento delle relazioni tra le chiese metodiste del Mediterraneo. L’obiettivo è sviluppare una comunione più concreta tra chiese che vivono situazioni differenti, ma condividono sfide comuni: essere minoranze, confrontarsi con il pluralismo religioso, costruire rapporti con le istituzioni e trovare il proprio spazio nella società. 

Il progetto, accolto dall’European Methodist Council, intende affiancare alle relazioni già esistenti con le chiese del Nord Europa una rete di rapporti orizzontali tra i paesi mediterranei. 

 

Quali aspetti della situazione politica e sociale albanese sono emersi durante il viaggio? 

Abbiamo visitato Tirana, Elbasan, Durazzo e Pogradec. La situazione del paese presenta profonde contraddizioni. Da un lato, il turismo e gli investimenti hanno trasformato soprattutto le città e le zone costiere; dall’altro, il costo della vita è aumentato, gli affitti sono diventati più difficili da sostenere e le opportunità di lavoro rimangono limitate, con stipendi medi di circa 600 euro mensili. 

Un altro problema rilevante è la corruzione che, secondo diverse agenzie e indagini, attraversa molti settori dello Stato, compresa la magistratura. È emersa anche la debolezza della rappresentanza sociale: i sindacati hanno un ruolo limitato e manca una consolidata cultura della mobilitazione organizzata. 

Abbiamo assistito alle manifestazioni contro il governo di Edi Rama, che coinvolgono soprattutto giovani, studenti e gruppi con orientamenti differenti, movimenti ecologisti, il “movimento dei fenicotteri” legato alle proteste nate per gli scandali sui resort. Tra le richieste ci sono modifiche alla legge elettorale e alla normativa sui referendum. 

La crescita edilizia, particolarmente evidente a Tirana, suscita preoccupazioni per il ruolo del denaro legato alle attività criminali nell’economia del paese e per la fragilità di un modello di sviluppo fondato in parte sulla speculazione immobiliare. 

 

Quale ruolo hanno avuto le religioni nella ricostruzione dell’Albania dopo la dittatura comunista? 

La dittatura comunista albanese è stata tra le più repressive. La Costituzione sanciva l’ateismo dello Stato e le comunità religiose furono perseguitate: vennero distrutte o chiuse chiese cattoliche, ortodosse e moschee; sacerdoti e imam furono uccisi o imprigionati. Possedere una Bibbia o un Corano, o anche soltanto nominare Dio, poteva comportare la reclusione nei campi di rieducazione. 

Il controllo sulla società era capillare. Abbiamo visitato la Casa delle foglie, oggi museo che conserva strumenti e testimonianze dei sistemi di sorveglianza del regime. 

Dopo la caduta della dittatura, alla fine del 1990, le comunità religiose hanno avuto un ruolo importante nella ricostruzione del tessuto sociale e dello Stato. Il fatto che tutte le fedi fossero state perseguitate ha contribuito a creare solidarietà tra le diverse comunità. 

Oggi il rapporto tra le religioni e le istituzioni è positivo e il dialogo interreligioso rappresenta una componente importante della vita pubblica albanese. Come OPCEMI possiamo parlare del Patto di Unione delle chiese valdesi e metodiste che, all’estero, suscita molto interesse. Così come l’esperienza italiana della CCERS. 

 

Quali comunità religiose convivono oggi nel paese? 

Accanto ai musulmani sunniti e ai cristiani ortodossi e cattolici, sono presenti comunità cristiane minoritarie e il bektashismo, un ordine mistico sufi di origine islamica, influente nella cultura albanese e caratterizzato da una tradizione spirituale aperta e moderata. 

Siamo stati in visita al patriarca della Chiesa ortodossa d’Albania, una chiesa autocefala, e abbiamo visitato il centro del bektashismo. 

Il patriarca ci ha ricordato un’esperienza fondamentale della storia albanese: «Noi abbiamo sperimentato che cosa significa togliere Dio dalla società». Il riferimento non era a una particolare confessione, ma alla cancellazione della dimensione religiosa attraverso la repressione totalitaria. 

Oggi, in Albania, la grande moschea può trovarsi accanto alla chiesa ortodossa: il richiamo alla preghiera del muezzin e il suono delle campane convivono nella quotidianità. 

Nel centro del bektashismo abbiamo trovato una frase significativa: «La tolleranza religiosa nel nostro paese è un miracolo. Il fatto che le quattro fedi tradizionali vivano in piena armonia è unico, non soltanto nei Balcani, ma ovunque». La citazione è attribuita a Dede Reshat Bardi, guida spirituale dell’ordine bektashi. 

Il dialogo interreligioso, dunque, non è soltanto una pratica di incontro tra comunità diverse: è alla base della ricostruzione della società albanese. Dove inoltre il sincero amore per Dio attraversa i secoli e si intreccia con l’amore per il destino della nazione. 

 

Qual è la situazione attuale della Chiesa metodista in Albania? 

La missione metodista austriaca ha rifondato le chiese metodiste in Albania nel 2008. Oggi sono presenti cinque comunità, tra cui quelle di Tirana, Durazzo, Elbasan e Pogradec, oltre a una realtà in una zona rurale montana. 

Sono comunità piccole, ma molto giovani. Durante il culto a Tirana mi ha colpito la presenza di tanti bambini e ragazzi: quando sono usciti per andare alla scuola domenicale, il numero dei presenti si è praticamente dimezzato. È un’immagine che contrasta con quanto accade spesso nelle nostre chiese. Le liturgie sono vivaci, con una presenza importante della musica. 

 

In che modo le comunità metodiste sono presenti nella società? 

Un aspetto importante è l’impegno sociale. A Durazzo abbiamo incontrato due professioniste, tra cui una logopedista, impegnate in un progetto rivolto ai bambini del quartiere con difficoltà nello sviluppo e nell’apprendimento. 

L’attività è rivolta al territorio: un esempio concreto di come una chiesa piccola possa costruire relazioni e rispondere ai bisogni nel luogo dove si trova. 

 

Quali sono le principali sfide nel rapporto con le istituzioni? 

Le chiese metodiste sono riconosciute dal governo albanese, ma non partecipano direttamente ai tavoli di confronto con lo Stato nei quali sono rappresentate altre realtà religiose. 

Esiste un’Alleanza evangelica che riunisce comunità ad esempio pentecostali. La Chiesa metodista sta valutando la possibilità di entrarvi, perché questa partecipazione potrebbe facilitare il dialogo con le istituzioni e dare maggiore visibilità alla propria presenza. 

Esistono differenze teologiche e culturali, anche su questioni come il ministero pastorale delle donne e il riconoscimento delle persone omosessuali. Tuttavia, l’adesione all’Alleanza evangelica non richiede necessariamente un reciproco riconoscimento ecclesiologico tra tutte le comunità. È una situazione diversa da quella della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, che ha anche una dimensione ecclesiologica, oltre alla funzione di rappresentanza. 

 

Quali prospettive apre Euromed per la Chiesa metodista albanese? 

Il sovrintendente della Chiesa metodista in Albania, che è anche pastore a Tirana, ha accolto molto favorevolmente la proposta. Le comunità albanesi sentono il bisogno di sviluppare relazioni con le chiese del Mediterraneo, come quelle di Spagna, Portogallo e Italia, oltre ai rapporti già esistenti con il Nord Europa. 

L’Albania si percepisce fortemente legata al Mediterraneo e all’Italia, anche per ragioni storiche e culturali. L’idea è creare uno spazio nel quale condividere esperienze e riflessioni attraverso incontri online e, possibilmente, appuntamenti in presenza. 

I temi comuni sono numerosi: la condizione delle chiese di minoranza, il dialogo interreligioso, i rapporti con le istituzioni, la partecipazione dei giovani alla vita ecclesiale e il modo di essere chiesa nello spazio pubblico. I contesti sono molto differenti: in Portogallo la situazione è diversa da quella albanese, mentre in Algeria i pastori possono arrivare a essere incarcerati. Proprio queste differenze rendono importante la conoscenza reciproca. 

 

Quali saranno i prossimi passi? 

A novembre è previsto un primo incontro online con le chiese coinvolte. Da lì cominceremo a costruire un percorso comune, individuando progressivamente i temi da approfondire e le modalità di collaborazione. 

L’obiettivo è rafforzare la comunione tra le chiese metodiste del Mediterraneo, mettendo in relazione esperienze differenti e cercando insieme risposte alle sfide che riguardano la presenza delle comunità cristiane nella società contemporanea. 

 

 

Da Nev – Notizie evangeliche