Diritti umani: chiese ancora in ritardo
Il caso di Christa Pike in Tennessee ripropone il dibattito sulla pena di morte
Mentre scrivo (domenica 4 ottobre, sera), Christa Pike è ancora viva, priva di conoscenza, intubata. Il suo fisico sta cercando di smaltire il veleno che, il 30 settembre scorso, avrebbe dovuto ucciderla, nella camera della morte del penitenziario di Riverbend, presso Nashville, Tennessee. Non l’ha fatto, sembra, perché i boia non sono stati in grado di piazzare gli aghi nelle vene, sicché, nell’ora e mezza circa di tentativi, il pentobarbital, così si chiama, non è entrato nella circolazione sanguigna, bensì nel sistema muscolare.
Forse Pike morrà ugualmente; forse il suo cervello, che non ha ricevuto ossigeno per un tempo piuttosto lungo, rimarrà danneggiato in via permanente; forse il governatore Bill Lee, repubblicano, membro attivo di una chiesa indipendente di orientamento carismatico, emetterà un altro mandato di esecuzione. Non però quest’anno, in quanto le esecuzioni in Tennessee sono state sospese, per rivedere il «protocollo» (che era già stato riesaminato dal 2019 al 2025).
Mentre negli Stati Uniti il dramma di Christa Pike era sotto i riflettori, altre esecuzioni procedono «normalmente». In Florida, a esempio, dove il governatore Ron Desantis, repubblicano, cattolico, ha da tempo battuto i record di esecuzioni annuali e ne ha già programmate tre per ottobre, due nello stesso giorno, anche se una è momentaneamente sospesa. Gli Stati americani che applicano la pena di morte, poi, sono addirittura clementi in confronto a Cina (migliaia di esecuzioni all’anno), Iran, Iraq, Arabia Saudita, i leader della classifica dei paesi forcaioli. In Europa, per contro, solo la Bielorussia mantiene questo istituto, anche la Russia lo ha abolito.
Ma torniamo in America, dove comunque molti stati hanno abolito la pena di morte in linea di principio, altri de facto, altri ancora praticano sospensioni. Quali sono le ragioni della pertinace resistenza di diversi stati del Sud e del Midwest?
È semplice: una forte pressione dell’opinione pubblica. Prendiamo il caso di Christa Pike. Leggendo le reazioni in rete (comunque indicativo, anche se non propriamente statistico), si constata il prevalere emotivo di un’esigenza di vendetta: chi ha ucciso deve morire. Il fatto che Pike abbia trascorso 30 anni nel braccio della morte, dei quali 27 in isolamento, non è considerato una punizione adeguata per un omicidio effettivamente commesso ed efferato. È irrilevante che una percentuale elevatissima di condannati e condannate (le donne giustiziate dal 1976 sono 18, circa l’1% del totale) abbiano alle spalle storie di disagio spaventose (“Non tutte le persone sfortunate vanno in giro ad ammazzare”).
Idem che le esecuzioni siano una percentuale assai ridotta rispetto alle condanne e che, Florida a parte (Desantis sembra deciso a vuotare il braccio della morte in Florida, che al momento ospita 244 persone) le ragioni per le quali proprio determinate sentenze vengono eseguite siano praticamente casuali. E di fronte ai casi, non proprio rarissimi, di esecuzioni botched, fallite, la proposta è di cambiare metodo: in Tennessee, a esempio, tornare alla sedia elettrica, del resto già prevista come alternativa (i sostenitori di questa idea sembra non abbiano letto Il miglio verde…)
E le chiese? Rinuncio a comunicare gli orientamenti delle singole confessioni, sembrerebbe un elenco di buoni e cattivi. Il fatto è che nel paese occidentale nel quale le chiese sono meno disertate, coloro che le frequentano sono, in misura superiore al 60%, favorevoli alla pena capitale. Non lo è, del resto, anche la Bibbia? Per non parlare del passato anche recente delle chiese cristiane?
Dire che siamo in clamoroso ritardo quanto a catechesi e predicazione, è un eufemismo. I diritti umani non li abbiamo inventati noi cristiani e cristiane; la nostra dottrina ha in buona parte imparato ad apprezzarli. Questa «conversione», però, non ha raggiunto la base in modo diffuso. In Europa sì, viene da dire. Con l’aria che tira, però, eviterei i trionfalismi.