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Chiese e società

Sulla moschea si può fare dialogo

2 Settembre 2026
by Alberto Bragaglia
Il caso sorto alcuni giorni fa a Mestre è di per sé problematico, ma potrebbe nascerne un livello migliore di convivenza: vanno messi da parte i presunti “scontri di civiltà”, a vantaggio di progetti condivisi di cittadinanza

 

Moschea sì, moschea no. Moschea chissà. Il dibattito sul progetto della moschea che la comunità bangladese vorrebbe costruire a Mestre è ormai uscito dal ristretto ambito locale per diventare tema nazionale. Complici innanzitutto le dichiarazioni piuttosto dure del promotore dell’iniziativa, Prince Howlader, cittadino italiano di origini bangladesi e presidente dell’associazione islamica “Giovani per l’umanità”: se non avremo l’autorizzazione a costruire la moschea, entreremo in sciopero e bloccheremo la città, ha ribadito in diverse forme Howlader. Una risposta alla presa di posizione del sindaco Simone Venturini, da poco eletto: non ci sarà nessuna moschea finché non saranno fatti passi decisivi verso una reale integrazione.

 

Venezia ha rapporti secolari con il mondo islamico, legati soprattutto agli accordi e ai conflitti con l’impero ottomano, grande antagonista politico e commerciale all’epoca della Serenissima: Dal 1600 vi era pure uno spazio ufficiale in città che funzionava anche come residenza con spazi per il culto per i rappresentanti ottomani. Ma questa è storia passata, in epoca recente, con l’aumento degli arrivi di persone di fede islamica in quest’area, nel caso degli immigrati dal Bangladesh per lavorare alla Fincantieri di Marghera, nel turismo o nel piccolo commercio, l’esigenza di un locale di culto è diventata pressante. Risolta utilizzando alla buona spazi ricavati da esercizi commerciali, tra lamentele dei vicini e una ondivaga tolleranza da parte delle autorità. La legge regionale del 2016 sull’apertura di nuovi locali di culto, particolarmente restrittiva, aveva reso ancora più complicata la possibilità di costruire una moschea. Gli stessi gruppi islamici in città, poi, pur mantenendo la richiesta comune di un luogo di culto adeguato, non sembravano riuscire a convergere su progetti unitari.

 

Fino alla vicenda di oggi. Tante le questioni che si intrecciano nel botta e risposta locale, ora sulle prime pagine, ma che ha degli antefatti: Prince Howlader, che si era iscritto a Fratelli d’Italia nel 2025, già da qualche tempo aveva cominciato a chiedere al sindaco precedente Luigi Brugnaro, imprenditore prestato alla politica a capo di una giunta di centrodestra, di autorizzare la costruzione di una moschea per i numerosi residenti di fede islamica del Veneziano. No al progetto di una “Grande moschea”, sì a un complesso di impatto ridotto, era stata la conclusione di Brugnaro, che aveva anche suggerito l’utilizzo di un terreno occupato dai ruderi di un’attività abbandonata non distante dalla stazione ferroviaria di Mestre. Un suggerimento? Una promessa vincolante? Difficile dire, non è chiaro se ci siano documenti ufficiali. Fatto sta che uno studio di architettura mestrino ha elaborato dei progetti e l’associazione “Giovani per l’umanità” guidata da Howlader ha effettivamente comprato l’area, tanto che ora si sente tradita e ridicolizzata. Da qui il garbuglio di prese di posizione ultimative, slogan ideologici, piani politici, sociali, culturali che si intersecano.

 

Di certo non aiuta l’essere appena usciti da una campagna elettorale, quella per le comunali, in cui ha tenuto banco tra i vari temi proprio la partecipazione della comunità bangladese alla vita politica cittadina, prima con la possibile candidatura di Prince Howlader tra le fila di Fratelli d’Italia, poi sfumata; quindi, con la decisione del Pd di aprire le proprie liste ad altri esponenti della comunità, scelta fatalmente apparsa strumentale. La vittoria del centrodestra con Simone Venturini, per undici anni assessore nella Giunta Brugnaro e tra i più stretti collaboratori del sindaco uscente, aveva fatto forse illudere che il progetto potesse proseguire. Ma qui ci si scontra con la nuova campagna elettorale, di fatto già cominciata, verso le elezioni politiche del prossimo anno: approvare il progetto della nuova moschea-centro islamico potrebbe avere conseguenze nelle urne, nel centrodestra si alzano i consueti steccati “di principio”, con slogan rozzi e sommari, nel centrosinistra si invoca la Costituzione che garantisce la libertà di culto, ma forse c’è anche il sollievo di non avere nelle proprie mani la responsabilità di decidere.

 

Cercando di superare lo stallo politico e gli atteggiamenti da “guerra di civiltà”, si stanno levando diverse voci che auspicano un dialogo tra le parti. Questo è l’invito del Patriarca di Venezia Moraglia, o del tavolo “Articolo 19”, che si dedica al dialogo interreligioso. E con più forza di figure cittadine significative, come don Nandino Capovilla, parroco in uno dei quartieri di Mestre più multietnici, che da tempo promuove iniziative comuni con gruppi e associazioni islamiche, per facilitare reciproca comprensione e convivenza. O come Miah Rhitu, attivista impegnata per i diritti delle donne e autorevole voce della comunità bengalese, che auspica l’elaborazione di un progetto condiviso, che riconosca la capacità e il percorso verso una cittadinanza consapevole. A partire da una padronanza sempre maggiore della lingua italiana, il cui apprendimento, secondo Rhitu, è fondamentale soprattutto per le donne.

 

Incerto e tenue appare per ora il filo del dialogo, che però può rinforzarsi lontano dai riflettori. La speranza è che diventi un percorso di crescita per tutta la comunità cittadina, capace di trasformare in ricchezza per tutte e tutti le sue diversità.

 

 

Foto di Claudio Geymonat
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#slidedialogomoscheaVenezia
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