Nuove regole sulla caccia: pro e contro

Nuove norme per la caccia, cosa cambia. Due posizioni, diametralmente opposte, a confronto sul nuovo disegno di legge che prevede grandi cambiamenti nell’ambito venatorio

 

È in distribuzione in tutto il territorio del pinerolese nell’area sud della provincia di Torino (lo trovate in centinaia di luoghi pubblici, dalle biblioteche ai negozi) il numero di agosto del mensile free press L’Eco delle valli valdesi che potete leggere integralmente anche dal nostro sito, dalla home page di di www.riforma.it. Il numero contiene un dossier dedicato alle possibili riforme in materia di caccia. Buona lettura.

 

 

Intervista con Davide Pistone, delegato responsabile Lega per l’Abolizione della Caccia (LAC) Pinerolo.

 

Il disegno di legge 1552 Malan (ora proposta di legge n. 2984, in esame alla Camera dopo l’approvazione al Senato) riforma l’attuale legge sulla caccia n. 157/1992. Cambia il ruolo dei cacciatori intesi come “bioregolatori” e la caccia diventa formalmente «attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi»…

 

«Il cacciatore tutore della biodiversità è un’aberrazione. Con l’agricoltura intensiva, la caccia ha di fatto estinto molte specie e si accanisce contro specie in declino (es. pernice bianca). Agisce con una logica diversa da un bio-regolatore: cacciando gli ungulati, non predilige animali vecchi o malati o i piccoli, come fa un lupo. È poi inconciliabile il rifiuto delle munizioni senza piombo nelle zone umide, che avvelenano migliaia di uccelli ogni anno».

 

– Il Ddl estende le aree cacciabili e riduce quelle protette. Che cosa comporta?

«Si elimina il divieto di caccia nelle foreste demaniali, che in Piemonte coprono circa 240.000 ettari. Significa meno territorio protetto per gli animali e più territorio per la caccia, in una regione che ha territorio protetto in pianura poco sopra il minimo di legge».

 

– Cresce il numero di animali cacciabili e aumenta anche il numero delle aree di caccia consentite, oltre all’allentamento dei limiti sui “richiami vivi”. Che considerazioni fate rispetto a questi aspetti?

«Rendere l’oca selvatica specie cacciabile è inspiegabile, data la sua scarsa diffusione. La modifica pare rispondere a istanze provenienti da specifiche zone (Emilia-Romagna) ed è giustificata con i soliti danni alle coltivazioni. L’altra specie aggiunta è il piccione di città, di nessun interesse venatorio. Si presume si voglia sparare a una specie invisa a molti per la sua estesa presenza. La caccia con richiami vivi è tradizionale altrove, in Piemonte è vietata. Il numero di uccelli da richiamo detenibili è aumentato se di cattura e reso illimitato se da allevamento: si traduce in aumento della sofferenza di questi uccelli, rinchiusi in gabbie minuscole tutta la vita».

 

– Il Ddl interviene anche sui calendari venatori. Quali conseguenze derivano dal consentire la caccia anche durante le fasi di migrazione e nidificazione, o con il buio, consentendo visori notturni?

«Sono modifiche in contrasto con direttive europee, a rischio di procedure di infrazione. Eliminare il termine del 10 febbraio per la chiusura della caccia consente di prolungarla nelle fasi di migrazione e inizio nidificazione. Questo pregiudica la conservazione degli uccelli, riducendo il successo riproduttivo. L’uso dei visori notturni per cacciare tutti gli ungulati non consente agli animali di nutrirsi senza rischio di essere abbattuti nemmeno nella semioscurità e favorisce il bracconaggio».

 

 

Intervista con Guido Dellarovere, presidente di Federcaccia Piemonte.

 

– Per la proposta di legge 2984 i cacciatori sono considerati “bioregolatori” e la caccia diventa formalmente «attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi». In che senso?

«Questa transizione concettuale racchiusa nel Ddl 2984 fotografa e norma una realtà che come Federcaccia Piemonte agiamo sul campo da anni. Non si tratta di un “privilegio” o di una deregolamentazione ma del riconoscimento formale di una responsabilità civile e ambientale. La legge finalmente supera una visione ideologica della natura a favore di una pragmatica e gestionale. Il cacciatore non è più visto come elemento esterno, ma diventa ciò che è sempre stato: un alleato indispensabile dello Stato e dell’agricoltura per la tutela degli equilibri naturali».

 

– La proposta estende le aree cacciabili e riduce quelle protette. Non lo considera un rischio per l’ambiente? Perché gli abbattimenti mirati non cancellano le tutele, aggiornano le regole e tutelano l’ecosistema?

«Questa lettura, che vede nell’aggiornamento dei confini delle aree protette un “rischio per l’ambiente”, risente di una visione della conservazione ormai superata, basata sull’idea che per proteggere la natura basti recintarla e dimenticarsene. La realtà del nostro territorio ci dimostra il contrario. Non stiamo riducendo la protezione dell’ambiente ma sostituendo l’abbandono del territorio con una gestione scientifica, programmata e sostenibile».

 

– Cresce il numero di animali cacciabili e quello delle aree di caccia consentite. Nessun rischio di abusi?

«Parlare di rischio di “abusi” significa ignorare come funziona la caccia programmata nel XXI secolo. Il cacciatore moderno non si muove in un Far West ma all’interno di un sistema di regole tra i più rigidi e controllati d’Europa. L’estensione delle possibilità operative non equivale a una deregulation, ma a una maggiore assunzione di responsabilità da parte dei cacciatori, operatori abilitati dalle Regioni. Più territorio gestito dai cacciatori regolari significa, paradossalmente, meno spazio per il vero bracconaggio e un controllo più capillare contro gli illeciti».

 

– Si interviene anche sui calendari venatori e sulla possibilità di utilizzare visori termici/ notturni (per colpire cinghiali, o altri ungulati indicati dai piani, ndr). Sembrano saltati limiti e tutele (vedi art. 9 della Costituzione che sancisce l’obbligo da parte dello Stato di garantire la tutela degli animali)…

«Respingiamo con fermezza l’idea che questa riforma salti limiti e tutele o che violi la Costituzione. Al contrario, il Ddl dà piena e concreta attuazione all’art. 9 della Costituzione. Custodire la biodiversità, infatti, richiede azioni concrete e non un astratto immobilismo normativo. Le regole nazionali non sono state cancellate, sono state aggiornate a una realtà ecologica che è profondamente cambiata rispetto a 30 anni fa. Sostenere che l’efficienza gestionale sia un attacco alla Costituzione è un errore ideologico che non aiuta il nostro ambiente».