Diaconi, ponte fra chiesa e società
Una intensa opportunità di incontro e formazione per un ministero sempre più centrale
Di Monica Natali e Massimo Long
Esattamente trent’anni fa, la Conferenza Generale della Chiesa Metodista Unita istituiva formalmente l’Ordine dei Diaconi. In questo arco di tempo, questi ministri hanno compiuto passi da gigante nell’articolare la propria vocazione, diventando un vero e proprio ponte tra la chiesa e la società. Eppure, soprattutto in Europa, la strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa. Per fare il punto della situazione, un piccolo gruppo di diacone e diaconi si è riunito, dal 2 al 6 marzo u.s. presso il Centro Ecumene, per una intensa opportunità di formazione, confronto e conoscenza dei propri ministeri: European Methodist Deacons Retrait. Intorno allo stesso tavolo, diacone e diaconi metodisti provenienti da Francia, Svizzera, Danimarca e Germania, candidati al diaconato arrivati dall’Ungheria e dalla Polonia, esponenti metodisti statunitensi e missionari attivi nella capitale e poi, chi scrive.
Il programma ha previsto una prima giornata a Roma per offrire opportunità di conoscenza sui fronti nazionali e internazionali di impegno delle chiese metodiste e valdesi, incontrando il prof. Fulvio Ferrario (FVT), Marta Bernardini (MH/Fcei), la moderatora Alessandra Trotta, nonché operatorə e volontarə diversamente impegnatə in progetti della Diaconia valdese (CSD) e di diaconia comunitaria nella capitale. Si è discusso della condizione di secolarizzazione, delle nuove sfide dell’essere chiese protestanti sempre più interculturali, delle “frontiere” in senso largamente inteso.
Nei giorni seguenti, all’interno delle sessioni di discussione strategica e grazie alle preziose condivisioni tra noi partecipanti al Retrait, è emerso chiaramente come la vocazione diaconale riesca a incarnare il proprio servizio con maggiori creatività e flessibilità e con potenzialità purtroppo non sempre adeguatamente valorizzate. Vivere il ministero diaconale in Europa significa muoversi in scenari radicalmente opposti: in Italia il protestantesimo costituisce una minoranza in un Paese a larghissima maggioranza cattolica, al contrario, in Germania o in Danimarca, i metodisti si trovano a operare in nazioni storicamente caratterizzate da una forte presenza protestante. Un profondo senso di solitudine accomuna moltə diaconə europeə: spesso considerati veri e propri pionieri, essendo stati i primi a essere ordinati nelle rispettive comunità, avvertono una diffusa mancanza di comprensione verso la loro specifica vocazione da parte delle chiese locali. In molti casi, la carenza di organico o il fraintendimento del ruolo diaconale spinge questi ministri verso il percorso pastorale, l’unico ruolo storicamente percepito dai membri di chiesa come quello di un vero “conduttore di comunità”. Si tratta di dinamiche che mettono a rischio lo sviluppo di un ministero incentrato sulla Parola predicata e agìta, sulla compassione e sulla giustizia sociale, proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di mettere a sistema le poche risorse e i tanti doni differenziati di fronte alle sfide di un mondo complesso nel quale la testimonianza evangelica agìta, sempre insieme ad altri soggetti della società civile, trova la sua ragion d’essere.
Alcuni dei nodi cruciali restano quello economico e gestionale, quello di approccio “dentro/fuori” (membri di chiesa? Altrə?) che significa poi la scarsa attitudine a considerare le porte dei nostri templi aperti in entrata e in uscita. Di fronte a un mondo ferito, dove le chiese faticano a raggiungere nuove persone, la provocazione lanciata da questo piccolo gruppo internazionale ribalta la prospettiva e ci interroga anche per quanto riguarda il futuro della nostra chiesa. In una società che ha un disperato bisogno di servizio, di giustizia sociale, di diritti per ogni creatura, la vera domanda che le comunità dovrebbero porsi non è se abbiano le risorse per sostenere una figura ministeriale, ma come sia possibile pensare di fare a meno di nuovi modelli di testimonianza sul territorio.