Il Sinodo vive anche fuori dell’Aula

Prosegue la sperimentazione dei lavori assembleari, ma esiste una dimensione comunitaria che occorre valorizzare. Intervista con la moderatora della Tavola valdese Alessandra Trotta

 

Fra poco più di venti giorni, sabato 22 agosto, si apriranno i lavori del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi: ne parliamo con la diacona Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese, alla scadenza del suo mandato iniziato nel 2019.

 

– Per la seconda volta il Sinodo sarà più breve, ripetendo la sperimentazione avviata lo scorso anno: ci saranno novità nell’articolazione dei lavori?

«Ci saranno più serate libere! Al di là delle battute, l’indicazione del Sinodo dello scorso anno è stata quella di evitare lavori così serrati da impedire quelle condivisioni informali che costituiscono una parte preziosa dell’esperienza sinodale e del tempo dell’elaborazione e del discernimento, in una realtà di chiese impegnate in contesti diversi e che, anche laddove separate da grandi distanze geografiche, vogliono sentirsi come parte di un unico corpo, plurale e solidale. La sfida che si rinnova sarà, dunque, quella di non avere la pretesa di discutere tutto, ma di concentrarsi su ciò che è ritenuto più importante per orientare l’impegno della Chiesa nel prossimo anno, in base alle indicazioni che emergono dall’esame del precedente anno di lavoro a tutti i livelli di vita della Chiesa, secondo le valutazioni compiute dalla Commissione d’esame. Quest’anno uno spazio andrà comunque dedicato alla presentazione dei rapporti di alcune commissioni e gruppi di lavoro. Innanzitutto quello sulla riforma degli organismi intermedi (Circuiti e Distretti), tesa a coniugare democraticità e partecipazione attiva e allargata con l’esigenza di snellire e rendere più efficaci i processi decisionali; e poi una corposa analisi sull’impatto (interno ed esterno) di più di un trentennio di gestione dei fondi 8 x mille da parte delle nostre chiese, da cui emergono molti elementi utili per leggere i cambiamenti che ci hanno attraversato in questi anni e valutare le prospettive per il futuro».

 

– Anche quest’anno non avremo consacrazioni di pastori o pastore al Sinodo: come si pone rimedio?

 «Non avremo consacrazioni, ma potremo accogliere una giovane pastora consacrata in Germania, che ha fatto la scelta di svolgere il suo ministero pastorale al servizio delle nostre chiese, lasciando un contesto ecclesiastico in grado di offrire un trattamento da molti punti di vista più favorevole, e inserendosi in una nuova realtà ministeriale con atteggiamento di ascolto, rispetto, curiosità, sensibilità e rinnovato spirito di vocazione. Succede anche questo, e succede (molto più che in passato) che tanti membri di chiesa, di ogni generazione, si appassionino degli studi biblico-teologici offerti dalla Facoltà valdese di Teologia, seguano percorsi di formazione organizzati da chiese locali, Circuiti e Distretti, si iscrivono al percorso interculturale LINFA e ai seminari di formazione per giovani monitori e monitrici organizzati dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia.

 

– Come mettere a frutto tutti questi doni?

L’Assemblea degli iscritti e iscritte a ruolo si interrogherà pochi giorni prima del Sinodo anche su come sostenere e rilanciare, in una chiave di maggiore diversificazione, valorizzazione e flessibilità, le vocazioni a servire la chiesa in ministeri a tempo pieno (pastorato e diaconato); ma è importante capire che solo chiese che accettano di interrogarsi sulla loro missione oggi, nel proprio contesto di testimonianza, che sanno ascoltare le domande di senso che si esprimono in linguaggi diversi, che vogliono offrirsi come spazi autentici di accoglienza, ricerca, condivisione, crescita spirituale e umana, in cui si sviluppano anche i sensi  che fanno cogliere i segni dell’opera incessante di salvezza del Signore dentro e fuori le proprie mura, riusciranno a esprimere (anche in modo nuovo e creativo) tutte le risorse di cui hanno bisogno per rispondere alla propria vocazione».

 

– Una bella mozione, approvata dalla Conferenza del III Distretto, sottolinea la necessità di portare un messaggio di speranza a un mondo contemporaneo fragile, e lo fa ammettendo peraltro che questa fragilità è anche nostra: rendersene conto, non è già un primo passo per reagire?

«La relazione della Tavola valdese al Sinodo si apre quest’anno proprio con una riflessione sul tema della fragilità, a partire dall’immagine dei vasi di coccio in cui la sapienza del Signore ha voluto che fosse custodito il tesoro dell’Evangelo. Un tema che effettivamente ci è sembrato sempre più emergere nel sentito delle chiese, con diverse declinazioni e sfumature, nella tensione fra debole e forte, ignorato e riconosciuto, disprezzato e ammirato, da assumere senza paura, senza rassegnazione, ma anche senza cadere nel rischio di un’autoassoluzione quasi compiaciuta».

 

– Nell’ambito ecumenico e del dialogo fra religioni, due eventi hanno segnato questi ultimi mesi: il Simposio delle chiese cristiane (Bari, 23 gennaio) e l’incontro dell’Ara Pacis, che andava al di là dell’ambito esclusivamente cristiano. Al di là del grande richiamo mediatico, come si legano a quell’ecumenismo “dei piccoli passi” compiuti localmente, dalla base costituita dalle persone comuni? 

«Entrambi questi eventi sono stati il frutto di un cammino lungo di consultazione e condivisione allargata, che ha da subito ritenuto essenziale promuovere modalità di incontro che avessero come orizzonte il coinvolgimento, nel modo più concreto possibile, anche delle realtà comunitarie locali e dei luoghi della formazione, per rianimare e fare crescere quel popolo ecumenico e quello spirito di collaborazione anche interreligiosa per il bene comune, in mancanza dei quali le molte parole prodotte non riescono davvero a incidere sulla realtà. Questa finalità ambiziosa, l’attenzione a un metodo partecipativo, e la conoscenza e la fiducia cresciute gradualmente nel cammino, mi fanno essere speranzosa che almeno per una parte degli importanti impegni assunti si troveranno gambe, menti e cuori sui quali contare per raggiungere risultati significativi e duraturi».

 

 

Foto di Pietro Romeo