Gestire gli schermi per crescere una generazione attenta
Adolescenti (e anche preadolescenti) e strumenti tecnologici: i rischi di patologie, disabilità e dipendenze. Il problema si intreccia però con le disuguaglianze sociali e di reddito
«La tecnologia non è né buona né cattiva e nemmeno neutra», spiegava Melvin Kranzberg ed è per questo che pensare che tutto «dipende dall’uso che se ne fa» significa ignorare che le app degli smartphone sono progettate con finalità commerciali e che, se sono gratuite, non è certo per filantropia ma perché gli utenti ripagano lautamente i possessori delle piattaforme. Le famiglie sono però le prime vittime di quella che sempre più persone in Europa definiscono una “epidemia silenziosa”: benché vada intesa in senso metaforico, c’è un’ampia zona dell’infanzia dove l’esposizione precoce e prolungata agli schermi causa diversi rischi di disabilità, mentre nell’adolescenza c’è un vero e proprio arcipelago di dipendenze. L’epidemia riguarda però soprattutto la normalità con cui stiamo diventando dipendenti dagli schermi.
Per oltre quindici anni tutti siamo stati sommersi dalla retorica dei “nativi digitali”, dall’idea che i figli avessero per nascita competenze informatiche e che l’uso degli schermi ne aumentasse l’intelligenza. Un’idea tecno-ottimista che ha dipinto “adolescenti navigati” capaci di guidare noi “adulti brontosauri del web”. In realtà per crescere ci vuole attenzione, cura, sguardi e se gli adulti preferiscono le interfacce si perde l’aggancio oculare, la sintonizzazione emotiva, lo sguardo congiunto, tutti prerequisiti essenziali nello sviluppo psicomotorio dei primi quattro anni, e che poi si trasformano in dialogo e presenza costante nell’infanzia e nell’adolescenza. I primi a spostare lo sguardo dal mondo allo schermo sono stati ovviamente gli adulti. Adesso che molti danni sono accertati, nei paesi nordici stanno ritirando gli schermi nella fascia scolastica 0-6.
Con tablet e smartphone i genitori si sono ritrovati tra le mani uno strumento apparentemente neutro, utilizzabile come “baby-sitter” gratuito o come un “paciere” per sedare pianti e capricci. Lo schermo calma solo apparentemente un bambino: quella che vediamo non è concentrazione, ma un’attenzione di tipo bottom-up che risponde a stimoli di luci e suoni. Dare uno smartphone a un bambino nel passeggino (come a undici anni) non è un atto di fiducia, ma un rischio calcolato male: è come consegnargli un coltello per tagliare una zucca. Non basta dirgli di farne un uso consapevole, bisogna capire anche: a quale età può davvero imparare a usarlo? Questa domanda semplice che ogni genitore si fa per qualsiasi cosa, perché non dovrebbe essere posta per l’uso degli schermi? Oggi occorre aiutare le famiglie a gestire gli schermi per crescere una generazione attenta. L’Organizzazione mondiale della Sanità raccomanda infatti zero minuti di tempo schermo (Tv, tablet o smartphone) nei primi due anni e in Francia consigliano di alzare questo limite a sei anni. Comunque anche la Società italiana di pediatria consiglia di dare lo smartphone dopo i 13 anni.
In Italia (come nel resto del mondo) le statistiche mostrano una frattura socio-culturale nell’uso degli schermi: i bambini di 15 mesi che non sono mai stati esposti agli schermi sono il 63% in Trentino ma solo il 25% in Calabria. Questo divario è strettamente legato al reddito e al livello di istruzione: le famiglie con un alto status socio-economico tendono a privilegiare interazioni personali e giocattoli reali, mentre nelle fasce più povere è molto più diffusa la falsa credenza che il “tempo schermo” favorisca l’apprendimento.
Le famiglie che danno lo smartphone ai figli nel passeggino non sono quindi state informate della differenza tra un peluche e uno schermo. Mentre un peluche è un “oggetto transizionale” che aiuta il bambino a sviluppare autonomia e gioco simbolico, quindi immaginazione, linguaggio ed empatia, lo smartphone è un “oggetto antitransizionale” che produce dipendenza e inibisce lo sviluppo psicomotorio. Inoltre, lo schermo rimuove il corpo dall’esperienza di apprendimento: dei cinque sensi di cui la natura ci ha dotati per conoscere, ne fa funzionare solo uno e anche male (con gravi danni nell’apparato oculomotorio).
I danni maggiori a tutte le età vertono sulle capacità attentive, che concernono i processi sia cognitivi sia relazionali. Gli schermi non favoriscono lo sviluppo dell’attenzione ma attirano l’attenzione, con un processo inverso. Questa differenza abissale purtroppo non è assolutamente ben chiara a molti docenti ed educatori.
Se il problema è sociale, la soluzione non può che essere collettiva. Come diceva Don Milani, «uscirne insieme è la politica». Per questo stanno sorgendo in tutto il mondo reti di mutuo aiuto di genitori che ritardano l’arrivo dello smartphone seguendo le leggi peraltro in vigore (che non permettono l’uso dei social prima dei 14 anni), impegnandosi a formarsi e facendo rete sul territorio. Una realtà che aumenta ogni giorno (www.pattidigitali.it): in Italia ci sono duecento patti di comunità dalla Val Pellice al Friuli passando per le più grandi città. Molte scuole appoggiano la rete sottoscrivendo una decina di impegni (Decalogo per le scuole) e molti Comuni si impegnano a formare il personale educativo nella fascia 0-6 affinché faccia prevenzione sulle famiglie. In questo quadro delle leggi nazionali e europee (come quella australiana che in soli sei mesi ha ridotto del 30% l’accesso ai social sotto i 16 anni), magari con portfolio per campagne informative, sono ciò che le famiglie si aspettano per non restare sole a fare i “poliziotti” dei propri figli contro multinazionali strapotenti. È una sfida etica, politica e culturale ed è quindi necessario assumersi le responsabilità a ogni livello. E se la sfida riguardasse anche i luoghi di culto?
Simone Lanza è maestro elementare, ricercatore e formatore: ha recentemente pubblicato sull’argomento una guida per le famiglie: “Un attimo e arrivo, gestire gli schermi per crescere una generazione attenta” (Sonda Editore, 2026); il suo blog è www.400colpi.net