Porre un bambino al centro, accanto a Gesù

La Conferenza europea sull’educazione cristiana

 

Di Cristina Arcidiacono e Ulrike Jourdan

 

Ecco, i figli sono un dono che viene dal SIGNORE; il frutto del grembo materno è un premio”.

Salmo 127,3

 

La Svizzera ha ospitato per cinque giorni la Conferenza europea sull’educazione cristiana (ECCE) che si svolge ogni tre anni. Un’ottantina di persone, che a vari titoli lavorano nelle diverse chiese europee con bambine e ragazzi, si sono non solo incontrate, ma hanno presentato il proprio lavoro e preso spunto dal lavoro che già viene svolto in altri paesi.

Il tema conduttore della conferenza sono stati i diritti delle bambine e dei bambini, come sono stati approvati nel 1989 nella Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e ratificati dall’Italia nel ’91. Ora, si potrebbe pensare che l’Italia fosse un po’ come tutti i paesi europei: una nazione con grande rispetto per bambini e adolescenti, però non è sempre così facile. Una prima consapevolezza è stata quella di essere tutte e tutti provenienti da contesti privilegiati, uomini e donne bianchi e relativamente benestanti. I diritti delle bambine e dei bambini a una vita degna vengono sistematicamente violati, nei territori di guerra e occupazione, ma anche nei “nostri” paesi.

 

Hanno portato il loro punto di vista sul tema Philipp Jaffé, che lavora per l’UNCRC (Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza), il vescovo anglicano Paul Butler e Frederique Seidel del Consiglio ecumenico delle chiese (WCC). Soprattutto durante il discorso di Philipp Jaffé è emerso come spesso sia proprio un pensiero religioso a condurre alla violazione dei diritti di bambine e bambini, quando per esempio nel nome di cultura e religione viene difesa la pratica dei matrimoni con minori, oppure la violenza fisica nei confronti dei bambini viene giustificata con versetti che si possono trovare sia nella Torah, che nella Bibbia e nel Corano. La religione non aiuta sempre a difendere i diritti, anzi.

Partendo da questo pensiero ha particolarmente colpito l’articolo 14 della convenzione sui diritti delle bambine e dei ragazzi che sottolinea il loro diritto “alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (…) e la libertà di manifestare la propria religione o convinzioni”. Per poter avere una propria coscienza si deve sviluppare il pensiero libero e per poter manifestare la propria religione e le proprie convinzioni servono parole e storie, immagini e spazi. Libertà di religione non vuol dire tenere i bambini lontano da un pensiero di cui hanno bisogno per una sana crescita, ma offrire le proprie parole e convinzioni, offrire gli antichi racconti della Bibbia e segni parlanti come la Cena del Signore con cui i bambini e le bambine possono entrare in dialogo per trovare una propria convinzione, per scoprire una propria fede.

 

Paul Butler ha condiviso l’importanza della Child Theology, la teologia delle bambine e dei bambini: ascoltare la loro voce significa “porre un bambino al centro”, accanto a Gesù, come Gesù stesso fa nel vangelo di Luca, al capitolo 9. La teologia che viene trasmessa all’infanzia deve essere la migliore teologia, ha sottolineato Butler, e per questo occorre avere Gesù al centro, con un bambino accanto.

Ciò che oggi fanno tanti adulti, tanti genitori, cioè tenere i loro figli lontani da tutte le chiese, così che loro possano decidere sulla propria fede quando saranno grandi, è non solo dannoso per questi bambine e ragazzi che dovranno confrontarsi con i grandi temi della vita senza alcun strumento di aiuto, ma è addirittura contro i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Insomma, noi come chiese che ci impegniamo per la laicità e i diritti, veniamo esortate a dare alle bambine e ai ragazzi la possibilità di pensare e parlare della propria fede, non in un modo dottrinale, ma così come siamo abituati nelle nostre scuole domenicali e catechismi, aprendo loro la mente e favorendo l’espressione del proprio pensiero.

 

Da chiesavaldese.org