La Buona novella. Le donne del muro alto
La rubrica della redazione dedicata alle buone notizie
Partiamo dalla brutta notizia: la circolare del 21 ottobre 2025 che subordina all’approvazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (il Dap) la realizzazione di attività trattamentali, culturali e ricreative provenienti da organizzazioni esterne in molti istituti penitenziari.
In poche parole, cala il sipario (o si chiude l’inferriata) su attività, come quelle teatrali, che in carcere hanno portato, per esempio, a risultati notevoli riguardo alle recidive dei destinatari di questi progetti.
Persone che, in quel modo, potevano sperare in un reinserimento lavorativo e sociale e che, finalmente, potevano essere “viste” nuovamente, con altri occhi e non solo ignorate o dimenticate nel limbo al quale le releghiamo, tradendo ogni promessa di recupero.
Nonostante il contesto, il 4 giugno, a Roma, al Teatro dell’Opera, è andato in scena Desdemona – Studio I, una rilettura dell’Otello di Shakespeare, scritto e diretto da Francesca Tricarico, realizzato con l’Associazione “Per Ananke” (sostenuta anche dalla Chiesa valdese e altre istituzioni).
Le “Donne del Muro Alto”, compagnia di attrici detenute della Casa circondariale femminile di Roma Rebibbia, per la prima volta nella storia dell’istituto, possono portare al di fuori del carcere il loro spettacolo, esibendosi davanti a un pubblico formato, anche, da amici e parenti, che altrimenti possono incontrare solo dietro un vetro. Ci sono figli che vedono le proprie mamme recitare, guardandole forse con occhi diversi, non giudicanti, non pietosi, sicuramente un po’ orgogliosi.
«È difficile accettare una Desdemona che diviene Otello – racconta la regista – […] ma non è la stessa difficoltà che dobbiamo affrontare ogni giorno quando non vogliamo sentir parlare di detenzione femminile? Quando scegliamo di vedere il reato e non le persone?». Penso sia importante sottolineare che le attrici detenute che hanno messo in scena lo spettacolo sono state retribuite, un segno importante di emancipazione, in un luogo dove anche per avere un assorbente devi affrontare una battaglia.
Sempre Tricarico racconta di come gli agenti, alle prove in carcere, avessero ormai imparato a memoria il copione.