Corpi e anime di uomini

Tre afghani, un pakistano, un sopravvissuto. Sulla Statale 106, il 1° giugno 2026, qualcuno ha bruciato vivi quattro braccianti. Il movente: non volevano rinunciare alla paga che gli spettava. Il contesto: lavoravano tutti con un contratto regolare

 

«I mercanti di Babilonia piangeranno su di lei perché nessuno compra più le loro merci: oro, argento, pietre preziose, perle, porpora, seta, scarlatto, profumi, olio, incenso, vino, olio d’oliva, fior di farina, grano, buoi, pecore, cavalli, carrozze, schiavi e anime di uomini.»

Apocalisse 18, 11-13

 

Il libro dell’Apocalisse dedica un lungo capitolo alla caduta di Babilonia. I mercanti piangono: il grande mercato è finito, nessuno compra più. L’autore elenca le merci perdute, oro, argento, spezie, seta, e chiude la lista con qualcosa di diverso da tutte le altre: i corpi e le anime degli uomini. Il greco usa due parole: sômata, corpi, e psychás, anime. Non solo i corpi. Anche le anime. Anche il silenzio.

Il 1° giugno 2026, in un distributore di carburante sulla Statale 106 jonica, quattro persone sono state bruciate vive all’interno di un minivan. Le telecamere hanno ripreso tutto. Due uomini bloccano le portiere dall’esterno, lanciano qualcosa dall’interno, appiccano il fuoco e scappano attraverso la vegetazione. Un uomo riesce a uscire dal portellone posteriore, riportando ustioni gravi. I quattro morti, tre afghani e un pakistano, erano braccianti agricoli.

 

Il 3 giugno, il procuratore della Repubblica di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, tiene una conferenza stampa alla Questura di Cosenza. Illustra i dettagli investigativi, spiega come sono stati identificati i due fermati (anch’essi pakistani, anch’essi con documenti in regola), e a un certo punto dice una cosa che vale la pena fermarsi a sentire: «Il caporalato di oggi non è più quello di venti, trent’anni fa. Sono persone che formalmente stanno a posto. Capite come rende complesso il lavoro di contrasto?»

Formalmente a posto. Permesso di soggiorno. Contratto di lavoro. E nessun soldo. Il 4 giugno il giudice per le indagini preliminari di Castrovillari ha convalidato il fermo dei due uomini indicati come i caporali delle vittime, parlando di omicidio premeditato e di una «trappola omicidiaria». Secondo la ricostruzione degli inquirenti la strage è una ritorsione: i quattro sarebbero stati uccisi perché avevano chiesto la paga che spettava loro e un contratto vero. Sono morti, cioè, per aver reclamato ciò che il sistema gli negava.

 

▶ APPROFONDIMENTO —  Cosa è successo: fatti, fermi, testimonianza

Approfondimento · Cosa è successo: fatti, fermi, testimonianza

I fermati

Due cittadini pakistani sono stati fermati la sera del 1° giugno a Villapiana, comune limitrofo ad Amendolara. Identificati grazie alle immagini di sorveglianza del distributore e alla testimonianza di un carabiniere che, tornando a casa dal lavoro lungo la 106, aveva seguito la loro auto perché gettavano oggetti dal finestrino: li ha bloccati al distributore senza sapere cosa stesse per accadere. La sua descrizione visiva si è rivelata determinante. Sono accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato. Entrambi erano regolarmente presenti in Italia.

Il sopravvissuto

Taj Mohammad Alamyar, 35 anni, afghano, era a bordo del minivan. Ha raccontato a La Repubblica che i quattro morti erano tre afghani e un pakistano, e che lavoravano tutti per i due fermati. Non ricevevano la paga pattuita, circa 45 euro al giorno, dal mese di aprile. Quando hanno insistito per avere quello che gli spettava, i due caporali hanno risposto bruciandoli vivi. «I soldi non ce li davano», ha detto Taj. «Da mangiare sì. La casa sì. Ma i soldi no.»

Taj è riuscito a uscire dal portellone posteriore, riportando gravi ustioni. Ha denunciato anche l’esistenza di una rete criminale più ampia, con connessioni tra organizzazioni pakistane e italiane, coinvolta nel controllo del territorio e nel traffico di stupefacenti.

Le nazionalità

Le prime notizie indicavano quattro pakistani. La testimonianza del superstite chiarisce: tre delle vittime erano afghani, una pakistana. La distinzione è rilevante: non si tratta di un conflitto interno a una comunità, ma di un sistema di sfruttamento che opprime indistintamente chi è in posizione di vulnerabilità.

Approfondimento · Il debito che precede tutto

Come si paga il viaggio

Chi arriva dal Pakistan o dall’Afghanistan non sceglie liberamente di mettersi nelle mani di un caporale. Arriva già in debito. Il viaggio clandestino verso l’Italia costa tra 7.500 e 12.000 dollari per la rotta libico-mediterranea, tra 4.000 e 6.000 euro per quella balcanica (Pakistan, Iran, Turchia, Balcani, Italia), con una durata media di oltre un anno. Quel denaro non lo ha nessuno: lo raccolgono la famiglia, i vicini di villaggio, i parenti già emigrati. È un investimento collettivo: il giovane che parte deve mandare le rimesse per ripagare tutti.

L’hawala e il debito garantito

Il pagamento ai trafficanti avviene spesso tramite hawala, un sistema informale di trasferimento di denaro basato sulla fiducia tra intermediari: il denaro viene versato prima della partenza ma sbloccato al trafficante solo quando il migrante conferma l’arrivo con un codice. Non lascia tracce bancarie, è invisibile agli investigatori, è usato dalla grande maggioranza dei migranti pakistani e afghani in transito.

L’arrivo e la trappola

Chi arriva in Italia porta con sé un debito che può superare i diecimila euro. Non parla la lingua, non conosce le leggi, non può permettersi di aspettare il lavoro giusto. Il primo caporale che offre lavoro, alloggio e trasporto ha già tutta la leva di cui ha bisogno: denunciare significa perdere tutto insieme, lavoro, casa, possibilità di ripagare chi a casa aspetta le rimesse. Questa è la struttura del silenzio.

L’88% dei migranti pakistani giunti in Italia tra il 2019 e il 2021 ha usato trafficanti in almeno una fase del viaggio (ricerca Mixed Migration Centre, 2022). Il debito non è un accidente del percorso: è la premessa necessaria dello sfruttamento.

 

Il contratto che non protegge

Il caporalato che conoscevamo, il caporale con il camioncino all’alba, i braccianti pagati in nero a cassetta, si è evoluto. Non è sparito. Si è vestito di contratti. Le vittime di Amendolara erano «regolarmente presenti sul territorio», ha confermato il procuratore D’Alessio. I due fermati idem. Eppure, come racconta il sopravvissuto, le paghe non arrivavano da aprile. Il vitto c’era, l’alloggio c’era: i conti del datore di lavoro erano in ordine. Ma i quarantacinque euro al giorno che spettavano ai braccianti venivano trattenuti, assorbiti nelle spese di «mantenimento». Nel frattempo il contratto continuava a esistere, a essere firmato, a garantire la regolarità formale di tutto. È Babilonia che vende le anime, non solo i corpi. Chi compra il corpo può farlo nel mercato regolato, con la ricevuta. Chi compra l’anima lo fa nel silenzio: nel debito contratto per venire in Italia, nella dipendenza dall’alloggio gestito dal caporale, nell’impossibilità pratica di denunciare senza perdere tutto.

Approfondimento · Il caporalato con il contratto regolare

Come funziona oggi

Il caporalato moderno si struttura su tre livelli sovrapposti: la regolarità formale (permessi, contratti, versamenti contributivi minimi), il controllo della vita (alloggio, trasporto e vitto gestiti dal caporale con trattenute che erodono la paga reale), e il silenzio (il lavoratore non può denunciare perché perderebbe insieme il lavoro, la casa e la possibilità di ripagare il debito contratto per venire in Italia).

Il procuratore D’Alessio lo ha descritto così in conferenza stampa: «Sono persone che formalmente stanno a posto. La complessità è questa: non è più riconoscibile dall’esterno come lo era un tempo.»

Il paradosso della legge 199/2016

La legge sull’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro prevede pene fino a 8 anni. Ma la sua applicazione incontra un ostacolo strutturale: quando il contratto esiste sulla carta, il lavoratore non ha prove facilmente producibili dello sfruttamento. La sottrazione della paga attraverso il controllo del vitto e dell’alloggio è invisibile ai normali controlli ispettivi.

Un precedente rilevante

L’Operazione Demetra (2020, Procura di Castrovillari) aveva scoperto un sistema analogo: oltre 200 braccianti sfruttati nel corridoio Sibaritide-Metapontino, 14 aziende sequestrate per quasi 8 milioni di euro. Il Tribunale del Riesame aveva poi ridimensionato i provvedimenti cautelari a carico degli imprenditori agricoli. Il sistema si era riorganizzato.

 

Il territorio e il silenzio

La Piana di Sibari è uno dei principali distretti ortofrutticoli del Sud. I braccianti migranti, afghani, pakistani, africani, vi lavorano stagionalmente, si spostano lungo la 106 tra Calabria e Basilicata, vivono in alloggi gestiti dagli stessi che li impiegano. Lo stesso corridoio geografico è teatro da anni di episodi analoghi: il 4 ottobre 2025, a Scanzano Jonico, quattro braccianti indiani erano morti su un’auto sovraffollata; il 19 dicembre 2025, quattro caporali pakistani erano stati arrestati a Policoro per sfruttamento del lavoro. Il Questore di Cosenza, Antonio Borelli, nella stessa conferenza stampa ha detto qualcosa che merita attenzione: «C’è bisogno di un lavoro di rete. È importante che queste persone comincino ad avere fiducia nella possibilità di essere tutelate. Non lo faremo mai, noi che siamo in questa fase repressiva. Il permesso non è nel nostro compito. C’è bisogno di qualcosa che parla di un lavoro che non è quello della polizia.» Stava chiedendo, in qualche modo, che qualcun altro costruisse la fiducia che la polizia da sola non può costruire.

Approfondimento · Il corridoio ionico: episodi documentati 2020-2026
Giugno 2020
Op. Demetra. Guardia di Finanza di Cosenza: 60 indagati, 14 aziende sequestrate tra Sibaritide e Metapontino, oltre 200 braccianti sfruttati.
Luglio 2020
Il Riesame annulla gli arresti domiciliari e i sequestri agli imprenditori agricoli. Il sistema si riorganizza.
2022–in corso
Op. Kossa (DDA Catanzaro): 143 imputati per aver agevolato i clan Abbruzzese e Forastefano con un sistema di “finti braccianti”.
4 ottobre 2025
Scanzano Jonico: quattro braccianti indiani morti su un’auto sovraffollata. L’indagine si allarga allo sfruttamento.
19 dicembre 2025
Policoro: quattro caporali pakistani arrestati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
1 giugno 2026
Amendolara: quattro braccianti (tre afghani, un pakistano) bruciati vivi. Due fermi il 2 giugno.

 

Una rete più larga

Nella sua testimonianza a La Repubblica, Taj Mohammad Alamyar non si è limitato a descrivere la strage. Ha detto qualcosa di più: ha parlato esplicitamente di un’alleanza tra «mafia pakistana e mafia italiana», di gruppi che non si occupano solo di caporalato agricolo ma controllano il territorio e trafficano droga. Le sue parole sono una testimonianza, non una sentenza. Ma il procuratore D’Alessio, nella conferenza stampa del 3 giugno, ha detto che il caporalato è «una delle piste» su cui le indagini si stanno muovendo, e che dietro l’evento c’è certamente «un contesto» ancora da chiarire. Quel contesto ha un nome. Il controllo del territorio include il controllo delle risorse economiche, e i braccianti migranti sono una risorsa economica. I caporali pakistani che gestivano il lavoro delle vittime operavano in un ecosistema criminale già strutturato, con connessioni documentate tra manodopera straniera, imprenditoria agricola e organizzazioni mafiose locali. Questo non significa che i due fermati fossero organici alle cosche calabresi. Significa che il sistema in cui operavano, che rendeva possibile lo sfruttamento e garantiva il silenzio, era lo stesso sistema che le cosche controllano da decenni. Questo non vuol dire che esista una «mafia pakistana» strutturata e indipendente nelle terre delle ‘ndrine: chi conosce davvero il fenomeno invita alla prudenza. «Non si può limitare tutto a una faida etnica», avverte Francesco Maria Sicilia, avvocato dell’Asgi che assisteva le vittime. La sua lettura è insieme più precisa e più dura: «il sistema ha trasformato lo sfruttato nel primo caporale». È questa la chiave. Non una mafia che ne ingaggia un’altra, ma un meccanismo di sfruttamento che ha ereditato la grammatica del dominio mafioso anche dove la mafia non c’è, e che produce caporali a partire dalle sue stesse vittime.

 

Approfondimento · Le cosche della Sibaritide: droga, lavoro, territorio

I clan Abbruzzese e Forastefano

Le due principali cosche della ’ndrangheta nella Sibaritide hanno base rispettivamente a Cassano allo Ionio e a Corigliano-Rossano, i due centri urbani che gravitano sulla Piana di Sibari. La loro storia è fatta di decenni di violenza, omicidi, controllo delle risorse economiche del territorio e traffici di stupefacenti. Nel giugno 2023 un blitz della DDA di Catanzaro ha «decapitato» il clan Abbruzzese con una serie di arresti per omicidi e altri reati. Il clan era già sotto indagine per gli omicidi di Maurizio Scorza e Hanene Hedhli.

L’operazione Kossa: i braccianti come strumento

L’inchiesta «Kossa» della DDA di Catanzaro ha portato a processo 143 persone accusate di aver creato un sistema di «finti braccianti»: lavoratori che figuravano sui libri paga delle aziende ortofrutticole della Piana percependo indennità fittizie, e che in realtà avrebbero agevolato le cosche. Tra gli imputati anche un’ex assessora comunale. L’inchiesta dimostra quanto profonda sia la penetrazione delle cosche nelle filiere agricole locali: non come elemento esterno, ma come struttura portante.

Il traffico di droga

Le stesse cosche sono coinvolte nel traffico di stupefacenti nella Sibaritide e lungo il corridoio ionico. L’inchiesta «Rinascita-Scott», coordinata dalla DDA di Catanzaro, ha documentato i legami tra i clan della Sibaritide e le famiglie della ’ndrangheta reggina, mostrando una rete che controlla simultaneamente commercio agricolo, trasporti e traffici illeciti. Il territorio in cui operavano le vittime di Amendolara è lo stesso territorio.

I caporali stranieri nell’ecosistema

L’Operazione Demetra (2020) aveva già evidenziato la presenza di intermediari pakistani e magrebini all’interno del sistema di caporalato nella Sibaritide, in posizione di sub-appalto rispetto agli imprenditori agricoli italiani. I due fermati per la strage di Amendolara rientrano in questa figura: caporali stranieri che gestiscono manodopera connazionale in un territorio già strutturato. Le indagini della Procura di Castrovillari stanno verificando se e come questo strato si sovrapponga alla rete criminale più ampia che il sopravvissuto ha descritto.

 

Di chi è questa responsabilità?

L’autore dell’Apocalisse scriveva a comunità cristiane che vivevano nell’Impero Romano, il sistema economico più potente del mondo antico. Le merci di Babilonia circolavano anche nelle loro città, sui loro mercati. I corpi e le anime degli uomini erano parte di quella circolazione. La domanda che il testo pone non è soltanto «chi sono i carnefici?» È anche: chi compra le merci? Dopo la strage il governo ha annunciato una nuova campagna di ispezioni nei campi, raccomandando però di «non criminalizzare gli imprenditori onesti». Il Questore di Cosenza, invece, aveva chiesto altro. Ha detto che serve «qualcuno che costruisca la fiducia» al di là delle forze dell’ordine. Qualcuno che entri nei posti dove la polizia non entra, che parli la lingua della fiducia, non della repressione. · · · A pochi chilometri dalla stazione di servizio di Amendolara, la Statale 106 costeggia il mare. Bandiera blu. L’acqua è trasparente. D’estate i turisti si siedono a tavola e mangiano i pomodori della Piana di Sibari. Trenta centesimi al chilo, li trovano al supermercato lungo quella stessa strada. Qualcuno li ha raccolti.

 

 

Fonti

LaC News24: la notizia del 1° giugno  ·  Sky TG24: due fermi per omicidio, 2 giugno  ·  Il Fatto Quotidiano: il video e la dinamica  ·  Conferenza stampa Questura di Cosenza, 3 giugno 2026 (trascrizione da LaC News24)  ·  La Repubblica, intervista a Taj Mohammad Alamyar, 3 giugno 2026 (Corrado Zunino)  ·  Operazione Demetra, giugno 2020

Foto da https://www.dinamopress.it/news/una-parte-della-nostra-economia-si-fonda-sulla-violazione-sistematica-dei-diritti-umani-intervista-a-marco-omizzolo/