Guerra e pace. Un convegno necessario

Due giorni di lavori. Ne parliamo con il presidente del Centro culturale protestante di Torino che promuove l’iniziativa, il pastore Daniel Garrone

 

Giovedì 7 e venerdì 8 maggio, presso il Polo culturale Cam (via Cialdini 4 a Torino), il Centro culturale protestante di Torino (Odv) propone il convegno Guerre e pace. Interpretare il conflitto, costruire la pace. Saranno tre i panel: «Guerra, potere, diritto. Geopolitica e nuovo disordine mondiale»; «La guerra vissuta e narrata. Corpi, nemici, religioni, immaginari»; «Pensare e costruire la pace. Prospettive bibliche, teologiche e pratiche».

 

Ne parliamo con il professore e pastore Daniele Garrone, già docente di Antico Testamento alla Facoltà valdese di Teologia di Roma e presidente del Centro culturale torinese.

– Mentre gli scenari internazionali sono ogni giorno più incerti e minacciosi e i confronti verbali si inaspriscono, che profilo avete dato a questo convegno?

«Abbiamo coinvolto undici relatori e relatrici, e siamo grati per la loro adesione. Ci saranno voci di giornalisti, teologi, filosofi, giuristi, storici, educatori. Una pluralità di competenze, di esperienze, di prospettive e di visioni presenteranno un approccio multidisciplinare ai problemi che ci inquietano. Nei titoli, infatti, non compaiono riferimenti espliciti e diretti a particolari conflitti: non a quelli che nel dibattito pubblico accendono polemiche e dividono in schieramenti; non a quelli che sono passati in secondo piano e nemmeno a quelli pressoché assenti dal discorso, dimenticati forse perché non innescano immediatamente riferimenti ideologici».

 

– Uno sguardo equidistante?

«No. Non vogliamo fare e proporre discorsi astratti. Ci muovono domande che riteniamo essenziali per la formazione del giudizio, cioè per trovare ognuno una posizione che non sia fatta di convinzioni aprioristiche o di reazioni emotive, ma che sia invece documentata, meditata, argomentata – e come tale sofferta –; insomma, quanto serve a orientarsi verso quella che Bonhoeffer ha chiamato “l’azione ubbidiente e responsabile”».

 

– Conoscere per deliberare, dunque?

«Abbiamo bisogno, anche se ciò va contro lo spirito del tempo – anzi, forse proprio per questo – di riflessione, di pensiero critico, addirittura di studio, di dati, di analisi, di recupero di una prospettiva storica… ma anche di confronto pacato, di domande che ci mettano in questione. Per chi è credente, c’è bisogno anche di quel silenzio che è attesa di Dio (Sal 37, 7), e ciò nella speranza che “Il Signore […] ci mostri la via per la quale dobbiamo camminare, e che cosa dobbiamo fare» (Ger 42, 3)».

 

– Di fronte ai conflitti di oggi chi si riconosce in una religione è particolarmente interpellato?

«Eravamo convinti che il futuro del mondo sarebbe andato nella direzione di una sempre maggiore secolarizzazione, alla quale si associava la visione di un pluralismo mite. Invece, in molti dei conflitti armati di oggi, se non in tutti, vediamo agire in modo anche devastante elementi religiosi tossici; rivendicazioni di supremazia, aggressioni e ritorsioni in nome di Dio o collegate a visioni apocalittiche distruttive».

 

– Quindi?  

«Quindi non siamo, almeno noi che viviamo ancora in democrazie liberali, soltanto coinvolti come cittadini e dunque soggetti della vita politica, ma siamo anche interpellati come testimoni di un’altra visione di Dio, di una prospettiva che è quella del Regno di Dio e della sua giustizia e della sua pace e non del trionfo dell’arbitrio del più forte».

 

– Una sfida?

«Una molteplice sfida: come ci poniamo di fronte ai temi oggetto dell’azione politica: sicurezza, difesa, politica estera, alleanze peace keeping, diritto internazionale, in quanto cittadini? E in questo nostro cammino, che peso e che profilo hanno il comandamento e il dono di Dio? Come procedere mossi dalla nostra vocazione senza eludere la realtà e le sue contraddizioni, cercando, appunto, una “azione obbediente e responsabile”? Come stare nel campo di tensione in cui questa azione si scopre e si attua?».

 

– A tal proposito, è da poco uscito (in traduzione italiana) a cura del professor Fulvio Ferrario per le edizioni Com Nuovi Tempi, un volume dal titolo: «Un mondo in disordine, L’obiettivo di una pace giusta. L’etica della pace di fronte a nuove sfide»…

«Si tratta di uno studio realizzato dalla Chiesa evangelica in Germania e concepito come strumento a servizio della “formazione del giudizio” di fronte alle nuove sfide che le tematiche della “pace giusta” e della guerra pongono nell’attuale dis-ordine. Una caratteristica peculiare di questo studio è quella di presentare ogni singolo problema con crudezza e di delineare con chiarezza gli interrogativi etici, per quanto indigesti possano apparire: un aiuto a “formulare il giudizio”. Ottima iniziativa quella di renderlo accessibile anche alle nostre chiese».

 

– Uno strumento necessario per scardinare gli algoritmi che generano tifoserie manichee?

«La parola tedesca che indica questo genere di strumenti è Denkschrift, che i dizionari traducono con “memoria, promemoria”, e che assume anche il senso di “breve saggio su un tema o su un fatto”. Nell’etimologia di Denkschrift confluiscono lo scrivere e il pensare. Giocando un po’, ne ricavo un’immagine di ciò di cui credo abbiamo molto bisogno: scrivere, ma anche parlare, dopo avere pensato (e quindi indagato, studiato, analizzato, interrogato); scrivere, e parlare, per aiutare a pensare. Un bel programma, non solo per il nostro convegno e molte delle nostre attività, ma anche una preziosa indicazione posturale per il posto che ognuno di noi è chiamato ad avere nel mondo».

 

 

Il programma dei lavori

 

La prima sessione del convegno, dopo i saluti, inizia giovedì 7 alle 10. Condotta da Gian Mario Gillio, vede gli interventi di Antonio Di Bella, Peppino Ortoleva, Pier Giuseppe Monateri e Michele Vellano.

La seconda sessione, alle 15, è presieduta da Anna Ghelli, con relazioni di Monica Perosino, Elisabetta Ribet, Angela Dogliotti e Massimo Rubboli.

Venerdì 8 alle 9,30, ultima sessione, introdotta e moderata da Sabina Baral con relazione di Fulvio Ferrario, seguita da due studi biblici a cura di Paolo Ribet e di Alessandro Cortesi, e relazione conclusiva di Roberto Mancini.