Calabria, carceri tra ristrutturazioni e abbandono

L’emergenza che nessuno vuole vedere

 

Le carceri calabresi non sono fuori controllo; sono, piuttosto, sospese su un filo sottile dove sicurezza, legalità e tutela della persona convivono ogni giorno con problemi strutturali, sanitari e organizzativi che ne minano le fondamenta. A dirlo con queste parole è stata la provveditrice regionale dell’amministrazione penitenziaria, Lucia Castellano, in occasione del 209° anniversario della fondazione del Corpo di Polizia penitenziaria, celebrato a Catanzaro lo scorso marzo. Una definizione che, nella sua apparente moderazione, contiene tutta la gravità della situazione.

 

I numeri di un fallimento annunciato

La Corte dei Conti, nella sua più recente relazione su “Infrastrutture e digitalizzazione: Piano Carceri”, ha fotografato una condizione che in Calabria è meno drammatica rispetto a Lombardia, Puglia o Campania, ma comunque significativa: a fine 2024 la regione contava 2.977 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 2.711 posti, con 266 posti mancanti. Al 31 marzo 2025, il dato era sceso di sole 8 unità.

Il carcere “Ugo Caridi” di Catanzaro, il più grande della regione, ospitava al 16 marzo 2026 ben 704 detenuti su 682 posti regolamentari, con 31 posti non disponibili. La direttrice Patrizia Delfino ha sottolineato le difficoltà operative legate alla presenza di detenuti con problematiche psichiatriche e tossicodipendenze, in una struttura che non dispone delle risorse necessarie per gestirli adeguatamente.

A Cosenza, la garante comunale dei detenuti Emilia Corea ha descritto il carcere “Sergio Cosmai” come un sistema sotto pressione costante, con celle sovraffollate, attività insufficienti e condizioni lontane dai principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione. Il decreto sicurezza approvato dal Senato, che amplia la platea dei reati e il ricorso alla detenzione, rischia di aggravare ulteriormente un quadro già critico.

 

Ristrutturazioni: il paradosso dei lavori che tolgono spazio

Il nodo più delicato riguarda le ristrutturazioni. L’Italia ha investito risorse significative nell’edilizia penitenziaria, con un piano triennale che prevede oltre 10.000 nuovi posti entro il 2027 attraverso ampliamenti e riqualificazioni. La Calabria è coinvolta in modo diretto: a Castrovillari è stata avviata la procedura per l’affidamento dei lavori di ristrutturazione della casa circondariale, con un investimento superiore a 1,6 milioni di euro per l’adeguamento delle sezioni detentive del blocco maschile e del reparto isolamento. Una gara da oltre 274 milioni di euro riguarda l’ampliamento di dodici strutture, tra cui Reggio Calabria.

Il problema è che i lavori, mentre promettono un futuro migliore, sottraggono spazi nel presente. Il sindacato SAPPE ha denunciato casi in cui detenuti trasferiti da altri istituti per motivi disciplinari vengono assegnati a strutture che non dispongono del reparto isolamento proprio perché è in ristrutturazione. È il paradosso di un sistema che, per guarire, si ammala ulteriormente.

A Reggio Calabria, il nuovo istituto di Arghillà, previsto fin dal 2014, è ancora in fase di avvio dopo un lungo contenzioso. Un ritardo di oltre un decennio che la Corte dei Conti attribuisce a inadempienze contrattuali delle imprese, mutamenti delle esigenze detentive e carenze nei finanziamenti.

 

Il personale allo stremo

Accanto alle mura che cadono, c’è un’emergenza altrettanto grave: quella umana. A Paola, in provincia di Cosenza, la CISL FNS ha denunciato la carenza di 29 agenti rispetto alla pianta organica, situazione aggravata da convalescenze, infortuni e pensionamenti. Di notte, un unico operatore copre tutte le sezioni detentive. Il sindacato ha definito la situazione una “polveriera pronta a esplodere”, chiedendo l’invio immediato di personale e lo sfollamento dei detenuti psichiatrici verso strutture idonee.

Sul piano nazionale, nel 2025 circa 2.300 agenti hanno lasciato il Corpo, e le proiezioni per il 2026 indicano almeno 2.500 uscite. Il saldo netto tra entrate e uscite si chiuderà attorno alle 300 unità: un dato apprezzabile ma del tutto insufficiente a colmare le 4.000 vacanze organiche strutturali.

 

Una questione di dignità

«Una democrazia si misura anche da come tratta chi ha sbagliato. Se la pena termina ma la punizione continua nella vita quotidiana, allora siamo di fronte a una sospensione prolungata della cittadinanza». Le parole della garante Corea restituiscono la dimensione etica di una crisi che non è solo amministrativa o edilizia, ma profondamente umana.

La Calabria porta in questa emergenza nazionale un peso specifico ulteriore: il condizionamento della criminalità organizzata all’interno degli istituti, il traffico di droga e telefoni cellulari, la fragilità di un tessuto sociale che fuori dalle mura non sempre riesce a offrire percorsi reali di reinserimento. La provveditrice Castellano ha ricordato che la ‘ndrangheta resta un fattore di forte preoccupazione dentro e fuori dal carcere.

In questo scenario, le ristrutturazioni sono necessarie e urgenti. Ma senza un piano complessivo che governi la transizione (dove collocare i detenuti durante i lavori, come garantire la sicurezza con organici ridotti, come evitare che i cantieri si trasformino in alibi per il peggioramento delle condizioni detentive), il rischio è che l’intervento di cura si riveli esso stesso una forma di violenza istituzionale.

 

Il profeta Isaia invitava a «mandare liberi gli oppressi» (Is 58,6). Non si tratta di un appello alla dissoluzione della giustizia penale, ma alla sua umanizzazione. Costruire muri più solidi è inutile se dentro quei muri la dignità continua a essere calpestata.