Direttiva UE protezione temporanea, un anniversario e un bivio

«Laddove esiste la volontà politica, l’Unione europea è perfettamente in grado di accogliere milioni di persone bisognose di protezione internazionale»

 

 

Di Fiona Kendall

 

 

Il mese scorso è passato quasi inosservato un anniversario significativo. Sono trascorsi quattro anni da quando la Direttiva 2001/55/CE del Consiglio del 20 luglio 2001 è stata attivata per la prima volta. Questa direttiva, meglio nota come “Direttiva sulla protezione temporanea” (Dpt), è stata attivata appena otto giorni dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. Di fronte a queste circostanze, gli Stati membri dell’UE, che solo poco prima avevano discusso la possibilità di archiviare la direttiva, hanno concordato all’unanimità la sua immediata attivazione e, di fatto, la sua ripetuta proroga oltre il periodo originario di dodici mesi.


L’attivazione è stata un risultato notevole, dimostrando a molti che, laddove esiste la volontà politica, l’UE è perfettamente in grado di accogliere milioni di persone bisognose di protezione internazionale. Le statistiche mensili di Eurostat, la Direzione Generale competente dell’UE, confermano che, alla fine di febbraio 2026, 4,4 milioni di persone fuggite dall’Ucraina a seguito dell’invasione rimangono sotto il regime di protezione temporanea all’interno dell’UE, di cui il 30,2% sono minori, il 43,5% donne adulte e il 26,3% uomini adulti. Il 98,4% è ucraino. Ogni mese continuano a essere prese migliaia di nuove decisioni per concedere la protezione temporanea (43.515 nel febbraio 2026), sebbene i numeri siano in costante calo. Solo tre Stati membri dell’UE ospitano oltre la metà di coloro che sono fuggiti: Germania (28,8%), Polonia (22%) e Repubblica Ceca (9,1%). L’Italia ospita attualmente 28.840 persone (0,65%), in calo rispetto alle 170.000 del picco massimo.


I beneficiari della protezione temporanea godono di molti degli stessi diritti dei cittadini dell’UE: possono vivere, lavorare e circolare liberamente all’interno dell’UE senza dover presentare domanda di asilo, riducendo così al minimo il potenziale onere sui sistemi di asilo e accoglienza degli Stati membri. I beneficiari della Dpt (a differenza dei richiedenti asilo) sono in grado di scegliere dove nell’UE desiderano vivere e lavorare, spesso attingendo a reti esistenti di parenti e connazionali o scegliendo paesi di cui parlano già la lingua. I vantaggi di un tale approccio sia per il paese ospitante che per gli ospiti sono evidenti.

 

Oggi la Dpt rimane in vigore ma è destinata a scadere il 4 marzo 2027. Quanto è probabile che la Dpt venga ulteriormente rinnovata? Sebbene molti paesi e organizzazioni (tra cui la FCEI) abbiano accolto calorosamente gli ucraini negli anni successivi all’invasione, il mondo non è più quello del 2022. Ylva Johansson, ex Commissaria europea per gli Affari interni e ora Inviata speciale dell’UE per gli ucraini nell’UE, ha commentato in vista della riunione del Consiglio Giustizia e Affari interni (Gai) dell’UE del 5 marzo: «Sarei molto sorpresa se la protezione temporanea venisse prorogata così com’è», esprimendo l’opinione che «cinque anni sono sufficienti per la protezione temporanea». Certamente, pochi avrebbero immaginato nel febbraio 2022 che gli ucraini avrebbero ancora bisogno oggi dei diritti garantiti dal regime della Dpt. Se, tuttavia, la protezione fosse ancora necessaria nel marzo 2027, quale forma dovrebbe assumere? Questo era esattamente il punto all’esame del Consiglio Gai, che ora sta cercando di pianificare una “transizione coordinata” per uscire dalla protezione temporanea. Sebbene una transizione verso qualcosa di più permanente possa, in questa fase, avere senso, vi è una diffusa preoccupazione che le opportunità esistenti per gli ucraini di passare a soluzioni più durature, come i permessi di soggiorno nazionali o dell’UE per lavoro, studio o residenza a lungo termine, siano, in realtà, scarse. A parte l’infrastruttura giuridica, un senso di “stanchezza dell’accoglienza” ha da tempo sostituito l’apertura di molti nei confronti di coloro che non possono tornare in Ucraina, mentre in alcuni ambienti l’ostilità aperta verso la migrazione è diventata la norma.


Un documento di lavoro pubblicato di recente dall’ECRE[1] si è concentrato sugli scenari probabili per gli ucraini che vivono in Polonia e in Italia e che, a partire da marzo 2027, non saranno più beneficiari del Dpt. Secondo l’ECRE “il modello [attuale] dell’Italia dà priorità all’integrazione attraverso la partecipazione al mercato del lavoro […], un approccio [che] promuove l’autosufficienza e la partecipazione economica, ma rischia di escludere coloro che non sono in grado di soddisfare i criteri formali o del mercato del lavoro”. La preoccupazione generale espressa è che il superamento della Dpt in Italia danneggi maggiormente una minoranza vulnerabile, ovvero le persone economicamente inattive: coloro che sono, ad esempio, anziani, infermi o hanno responsabilità di assistenza. Questo gruppo, suggerisce il documento, è il più a rischio di cadere nell’irregolarità. Se ciò dovesse accadere, lo straordinario risultato umanitario della Dpt andrebbe perso. Evitarlo richiederebbe, tuttavia, un passo molto più audace: rendere permanenti i diritti acquisiti ai sensi della Dpt.


Per la società nel suo complesso emerge una questione più ampia. Quanto siamo disposti a riconoscere il valore di ogni individuo, indipendentemente dal fatto che sia economicamente attivo o meno? Nell’ambito dell’ammissione umanitaria, la tendenza sembra chiara: i governi dell’UE ancora disposti a impegnarsi nell’espansione dei percorsi formali stanno dando sempre più priorità alla “mobilità del lavoro” rispetto alla “pura” protezione umanitaria; alle persone economicamente attive rispetto ai più vulnerabili. In questo contesto, la probabilità di mantenere in modo permanente i diritti acquisiti dai beneficiari della Dpt sembra minima.

 

 

[1] Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati

 

 

Da Nev – Notizie evangeliche