Referendum: perché sì
Per una imparzialità garantita dall’ordinamento
Il sistema della giustizia in Italia è da riformare? Certamente sì e appare una necessità impellente. Tuttavia, seguendo il desolante dibattito sul referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, c’è un’altra riforma che appare ancora più urgente ed è quella della selezione delle classi dirigenti, incapaci di entrare nel merito dei problemi e di indicare soluzioni per il bene comune.
Ricordiamo che il tema della separazione delle carriere non è di oggi ed è anche al centro di una delle storiche battaglie di Marco Pannella e del Partito Radicale già negli anni ’80. L’intento è quello di realizzare la terzietà del giudice e la parità tra le parti del processo come previsto dall’articolo 111 della Costituzione. Aver seguito lo stesso percorso di formazione e di carriera dei giudici mette i pm in una posizione sbilanciata a loro favore, rispetto alla difesa. «La separazione delle carriere – dice l’avvocato Gian Domenico Caiazza, in un’intervista sull’Espresso – avrà come conseguenza la terzietà e l’imparzialità non più affidate alla sola virtù personale del giudice, ma garantite (per quanto ciò sia umanamente possibile) da un assetto ordinamentale, che rassicurerà maggiormente il cittadino, sottraendogli ragioni di sospetto o di sfiducia, anche quando essi dovessero essere nel caso concreto del tutto infondati».
Nelle posizioni del No si insiste sull’indipendenza del pm che sarebbe messa in pericolo dalla riforma. L’indipendenza non è toccata dalla riforma costituzionale. Infatti all’articolo 104 si ribadisce che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», poi precisando che è «composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». Il fatto che in 22 Paesi dell’Unione Europea (su 27!) ci sia la separazione delle carriere dimostra che non si tratta di una soluzione astrusa o pericolosa. I paladini del No osservano che in gran parte di questi Paesi il pm è sottoposto all’esecutivo, ma questo dimostra che non si tratta di una soluzione da repubblica delle banane e comunque non è per nulla automatica, come sottolinea Aglaia Paoletti Langé, caporedattrice della Nuova Antologia, in un articolo del gennaio-marzo 2025: «La verità è che indipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri possono perfettamente coesistere come dimostra l’esperienza della più giovane democrazia occidentale (quella portoghese) a cui si ispira la riforma proposta oggi in Italia».
Infondato, poi, il timore di un pm “superpoliziotto” una volta disancorato dalla cultura della giurisdizione. A parte la contraddizione (la riforma indebolisce o rafforza il pm?) è proprio tenere il sistema in equilibrio che eviterà questo rischio. Infine, la questione del sorteggio per nominare i componenti dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare. Metodo drastico, ma è una soluzione per superare la degenerazione del sistema delle correnti nel Csm.