Ridare dignità e nomi, antidoto all’indifferenza
Siria, Libano, Iran: una serie di situazioni concrete per capire come vivono uomini e donne nel Medio Oriente martoriato, e come la solidarietà resiste, nonostante tutto
«Abbiamo condiviso momenti semplici: una tavola apparecchiata, conversazioni che si allungano, racconti di chiese, di persone, di progetti nati per sostenere chi vive nelle situazioni più fragili del Medio Oriente». Così scrive il pastore battista Nicola Laricchio, che con la moglie ha ospitato per un breve periodo una componente libanese della Federazione battista europea. «Come accade spesso quando si ospita qualcuno in casa, in pochi giorni si crea una familiarità fatta di gesti quotidiani e di parole scambiate con naturalezza». Improvvisamente quella stessa persona «che solo pochi giorni prima sedeva alla nostra tavola si trova ora a vivere sotto le bombe a Beirut». Nella martoriata capitale libanese questa donna lavora per Merath, una Ong cristiana libanese che collabora con 50 chiese e organizzazioni religiose locali per aiutarle a realizzare progetti di soccorso e sviluppo a favore di individui e famiglie vulnerabili in Siria, Libano e Iraq. Ora lo sono un po’ tutti vulnerabili.
Altra storia. Maryam K., iraniana, vive in Italia da undici anni. Ci è arrivata per motivi di studio e per costruirsi una vita più libera e sicura. Amici e parenti però sono ancora laggiù, sotto le bombe occidentali. «Cerco di restare in contatto con loro quando è possibile, anche se non è sempre facile – ha raccontato alla nostra collega Marta D’Auria –. Molti vivono con paura e incertezza. La situazione economica è molto difficile e la repressione politica rende la vita quotidiana pesante». L’ansia costante verso chi è rimasto, una angoscia capace di paralizzare corpo e mente.
E ancora. «Ci siamo svegliati nella notte con il rumore dei bombardamenti. C’era già tensione, già il giorno prima le ambasciate avevano comunicato di evitare spostamenti, in particolare verso la periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah». Silvia Turati nella capitale libanese ci vive praticamente da dieci anni. È la referente dei Corridoi umanitari in loco per la Federazione delle chiese evangeliche in Italia, i primi in assoluto a partire nel progetto che dal 2016 ha portato in sicurezza in Italia oltre settemila persone. «Sono accadute tante cose in questi anni – ci racconta–, tanti cambiamenti: la forte crisi economica del 2018-19, le proteste interne, poi il Covid che ha esacerbato la congiuntura economica, quindi la devastante esplosione al porto, e poi dall’ottobre 2023 il conflitto con Israele. L’attuale sembra essere la fase più drammatica».
Allora si impara dove andare e dove no, si impara a prestare estrema attenzione alle comunicazioni ufficiali e a quelle delle reti informali di amici e conoscenti locali. Si impara che bisogna tenere le finestre aperte per cercare di mitigare l’eventuale onda d’urto di uno scoppio. Si impara a non prendere l’ascensore. Si impara che quando arriva un ordine di sfollamento in una strada o in quartiere bisogna andarsene entro 45 minuti al massimo, poi inizieranno a cadere le bombe. Insomma, si imparano tante cose di cui si farebbe volentieri a meno. «Credo che l’obiettivo sia portare la popolazione all’esasperazione – commenta Turati –. Alcuni giorni fa alle 14.30 è arrivato un ordine di evacuazione di tutta la grande zona sud di Beirut, senza indicazioni più precise. È stato il panico, mezzo milione di persone si sono riversate in strada, fra file chilometriche e il terrore nel non sapere dove sarebbe avvenuto l’attacco di Israele. Il bombardamento di modesta entità ha avuto luogo solo alle 21.30, sette ore dopo l’allarme. Un panico voluto, che si ripete con sempre maggior frequenza e punta a sfiancare». Le bombe non cadono soltanto sulla periferia sud, considerata roccaforte di Hezbollah ma anche in zone considerate sicure. Sono centinaia di migliaia gli sfollati fra la capitale e la zona sud del paese, al confine con Israele. «C’è grande precarietà abitativa perché ci sono tutte queste persone in movimento e i prezzi degli affitti sono saliti alle stelle. A patire sono soprattutto i più poveri e i lavoratori immigrati stranieri, per lo più dall’Africa e dal vicino Oriente, che non hanno un posto dove trovare riparo».
Fra coloro che stanno rispondendo all’enorme bisogno di accoglienza c’è il Seminario teologico battista arabo. Situato nella periferia orientale di Beirut, il seminario ospita circa 180 persone, un quarto sono bambini. «Anche se il rumore dei droni si intensifica nei nostri cieli e il fumo dei bombardamenti si alza su Beirut, continuiamo a scorgere sprazzi dell’amore di Cristo in azione: un amore che trasforma, addolcisce e unisce», fanno sapere in un aggiornamento sull’impatto della guerra pubblicato sul loro sito web.
«Come Fcei noi siamo in Libano dal 2016 sia con i Corridoi umanitari sia con il progetto di assistenza sanitaria Medical Hope, largamente sostenuti dai fondi dell’Otto per mille sia delle chiese valdesi e metodiste sia delle chiese battiste – ci ricorda Marta Bernardini, Coordinatrice di Mediterranean Hope [Mh], il progetto di accoglienza della Federazione delle chiese evangeliche in Italia –. L’emergenza umanitaria è ora rilevante come mai in questi anni. Tantissime sono gli sfollati, vastissime le zone evacuate». In questo scenario sono ancora presenti sul campo alcuni operatori locali di Mh, anche loro costretti a sfollare verso aree più sicure in questi giorni, ma che non hanno mai smesso di fare il loro lavoro. «Cerchiamo di capire le esigenze primarie cui far fronte – prosegue Bernardini –. Servono beni di prima necessità: alimentari, igienici, farmaci. Come chiese cerchiamo di fare la nostra parte, e vi sono per fortuna molte associazioni locali che intervengono; stiamo provando a collaborare anche con loro».
Nel mentre i Corridoi umanitari non sono interrotti: «Ciò è fondamentale. In una fase di grave crisi come l’attuale, che si riverbera in una crisi dei modelli di accoglienza – conclude Bernardini – noi continuiamo a mostrare che un modo diverso di pensare le migrazioni, con dignità e sicurezza, può esistere. La nostra testimonianza deve servire anche a questo».
«C’è qualcosa di profondamente disarmante quando la guerra smette di essere una notizia lontana e assume il volto di qualcuno che conosci», commentava il pastore Laricchio, ripensando alla sua amica. Questo è uno dei punti chiave: siamo sopraffatti da notizie di catastrofi che sono notizie di numeri: numeri di morti, numeri di feriti, di sfollati. L’alienazione collettiva non è più un rischio, una ventilata reazione della mente che per sopravvivere rifiuta di vedere: l’alienazione collettiva è fra noi, ovunque. Ci sono stati, e ci sono ancora, i morti nel Mediterraneo. Ora ci sono i morti delle decine di guerre che si combattono, unilateralmente e no, un po’ ovunque. Ridare dignità a ogni singola persona, ridare loro nomi e una storia, è atto che rappresenta il solo antidoto all’indifferenza. Le tante organizzazioni, cristiane e no, che nonostante tutto operano in quelle come in molte altre aree disastrate del mondo sono a loro volta la testimonianza che una narrazione differente, basata su accoglienza e carità, continua a esser possibile. Semi di speranza.
Foto di Avash, Teheran, 6 marzo 2026