Lasciamoci guidare da una legge di libertà
Riflessioni attorno alla domenica della legalità
Anche quest’anno le nostre chiese dedicano riflessioni e iniziative alla “legalità”, con un impegno che non è solo denuncia di soprusi, difesa dei diritti e vigilanza sulle libertà, ma anche ricerca e trasmissione di una cultura della legalità. Mi si perdoni la temerarietà, ma propongo di confrontare il nostro uso del termine “legalità” con alcuni passi che nell’Antico Testamento parlano di legge… certo la legge di Dio!
La legge compare quando Israele, liberato dall’Egitto, è accampato ai piedi del monte Sinai (Esodo 19-24). L’evento è presentato come la stipulazione di un patto, che si configura come la libera e consapevole adozione di un impegno, di un vincolo, da parte di chi non è più schiavo, ma libero. Il primo passo, l’atto fondante della vita nella libertà è la libera adesione a una legge per così dire sovraordinata ai negozi umani.
Questo patto riceve tre assensi: dapprima “in linea di principio” (Es. 19, 8: «faremo tutto ciò che il Signore ha detto»; poi sulla base di “tutte le parole del Signore e le leggi” che Mosè ha riferito (Es 24, 3: «faremo tutte le cose che il Signore ha dette»). Infine “la legge” viene scritta in un “documento del patto” e Mosè lo legge al popolo che formula il suo terzo assenso (Es 24, 7: «Noi faremo tutto quello che il Signore ha detto e ubbidiremo»).
È a questo punto, in presenza di un assenso libero, consapevole e responsabile, che il patto viene concluso. Non è imposto tirannicamente, è proposto e accettato da chi responsabilmente si vincola a esso. È, se così si può dire, un patto costituente, e non a caso uso un vocabolo che evoca – o dovrebbe evocare – il processo con cui le nostre democrazie post-belliche hanno istituito l’ordine con cui voltavano pagina dopo i totalitarismi. La legge di questo patto è una legge di libertà.
Si può – e a mio avviso si deve – leggere il decalogo come una legge di libertà. La tradizione cristiana vi ha visto un compendio della morale, ma le sue parole sono innanzitutto i criteri per far sì che la libertà sia inviolabilmente la stessa per tutti gli ex-schiavi ora liberi. Sostituire il Dio liberatore con altri dèi farebbe perdere la libertà. Se pensassimo, scioccamente, che il problema dell’idolatria è superato, ricordiamoci del fascino delle ideologie o pensiamo quanto è facile costruirsi raffigurazioni di Dio a cui tutto sacrificare e in nome delle quali diventare capaci di tutto e sentirsi autorizzati – anzi comandati – a calpestare gli altri. Ogni riferimento ai ritorni bellicosi di “Dio” è voluto.
Possiamo leggere gli altri comandamenti come la prescrizione di rispettare nell’altro schiavo divenuto libero gli stessi diritti e la stessa dignità – per usare il linguaggio di oggi – che costituiscono quella libertà. «Non uccidere» (più precisamente «non commettere omicidio»): non è più libero chi vede negata la sua vita; «non rubare»: perde la sua libertà chi viene privato di ciò da cui trae il sostentamento per sé e la sua famiglia; «non commettere adulterio»: l’integrità della famiglia e la certezza della prole a cui ogni uomo libero aspirava deve valere per ognuno degli ex schiavi. E così via. Non si tratta soltanto di vedere nella libertà dell’altro un limite alla propria, ma di pensare che la libertà di cui si gode è la stessa che vale per ognuno degli ex schiavi sottratti alla tirannia e all’arbitrio.
Una volta conclusa la stipulazione del patto, Mosè riceve da Dio le tavole di pietra perché «le leggi e i comandamenti siano insegnati ai figli d’Israele» (Es 24, 12). Alla fine del suo lungo discorso di commiato, Mosè (Deut 34, 10ss) ordina che la legge sia letta ogni sette anni «davanti a tutto Israele», in modo che tutto il popolo, «uomini, donne, bambini, con lo straniero che abita nelle tue città» (Deut 31, 12) oda le parole della legge e tema il Signore. La legge della libertà può e deve essere insegnata, studiata, non deve rimanere sullo sfondo, deve farsi cultura.
Sulla “legge” si è invitati a “meditare”, dove il verbo ebraico ha una notevole concretezza; non indica una attività solo intellettuale, ma un leggere e rileggere, un ripetere fra sé e sé, un andare e venire con la mente e con le labbra. A fare questo sono invitati un leader nazionale come Giosuè (Gios 1, 7s.), ma anche il pio israelita, probabilmente in una situazione minoritaria rispetto agli “empi” che vanno per la maggiore e hanno successo. La “legalità” a cui è spronato (“beato” chi fa così) è un cammino di scelte, fino alla dissociazione: «beato/a chi non procede secondo il consiglio degli empi, non sosta sulla via dei trasgressori, e non siede nel consesso dei diffamatori» (Salmo 1, 1), dove non si può non cogliere il “crescendo” della sequenza dei verbi: il primo indica un cedere a movimento, il secondo un indugiare, il terzo un “insediarsi”, un “accasarsi”. Anche qui, una significativa indicazione della postura di chi si lascia guidare da una “legge di libertà”.
Foto di Sailko