Il discorso aperto di Habermas
La partecipazione alla cosa pubblica intesa come costante e duraturo processo
Forte in me è il ricordo dell’opera del filosofo Jürgen Habermas, morto il 14 marzo, uno dei pochissimi maestri di due secoli: il XX e il XXI. Proprio come avviene con i giganti del pensiero, le sue idee erano in continua evoluzione: un’evoluzione, anzi, costitutiva del suo modo di intendere il sapere e, più in generale, la società degli umani. Come notava il pastore Giorgio Bouchard, il filosofo tedesco aveva un substrato culturale protestante, che traspariva, in particolare, dal modo di concepire e intendere il nesso tra il singolo e la comunità.
Al riguardo, ho studiato i suoi testi alla luce del pensiero di John Rawls e viceversa: i due, del resto, non mancavano di tener conto delle rispettive “repliche” ai dilemmi posti dall’altro. Non solo; ho compreso meglio entrambi grazie all’opera di Charles Taylor, che a sua volta mi è parsa più chiara grazie a loro. Quando si dice il circolo ermeneutico!
Quello di Habermas è, letteralmente, un “discorso aperto”. Grazie a lui, il vocabolo “discorso” si allontana definitivamente dalle idee di monologo o di orazione. Non è neppure, semplicemente, il logos degli antichi; piuttosto una costruzione dialogica in divenire. Qui si può cogliere, tra l’altro, il senso più genuino del suo confronto del 19 gennaio 2004, a Monaco, con Joseph Ratzinger. Poniamoci in ascolto di un passaggio del suo argomentare: «Lo Stato di diritto costituito in forma democratica non garantisce solo la libertà negativa per i membri della società, che si preoccupano del loro bene particolare; portando alla luce le libertà comunicative, tale Stato mobilita anche la partecipazione dei suoi cittadini alla discussione pubblica in merito a temi che riguardano tutti. Il “vincolo unificante”, di cui si sente la mancanza, è un processo democratico nel quale viene in discussione, alla fine, la comprensione corretta della costituzione».
Ecco, per il filosofo si tratta di un processo, non di un miraggio. Così è per la costruzione di una solida democrazia europea e, in prospettiva, globale: come già in Kant, la “pace perpetua” viene delineata come una faticosa, lenta costruzione condivisa, lungo il solco della ragionevolezza, non come un paesaggio utopico.
Analogamente, tra un “comunitarismo a mosaico”, con tante enclave, e un mondo di individui atomizzati, egli guarda alle “comunità” linguistiche, religiose e culturali come spazi distinti, integrati e mutevoli: una sorta di vasi comunicanti, non di gabbie o prigioni. E per comunicare occorre spesso “tradurre”, passare da un registro linguistico o da un “genere letterario” all’altro. Poniamoci di nuovo in ascolto: «Se nei confronti dei loro concittadini religiosi i laici dovessero pensare di non poterli prendere sul serio – come autentici contemporanei della modernità – per via del loro atteggiamento religioso, allora si scivolerebbe indietro al piano del mero modus vivendi e si perderebbe quella “base di riconoscimento” che è costitutiva della cittadinanza. Dunque i laici non devono escludere a priori di poter scoprire contenuti semantici dentro ai contributi religiosi; a volte possono addirittura trovarvi idee già da loro stessi intuite e, fino a quel momento, non del tutto esplicitate. Tali contenuti possono essere utilmente tradotti sul piano dell’argomentazione pubblica» [corsivi miei].
E qui traspaiono due idee-guida centrali di Habermas: quella di sfera pubblica, ovviamente non coincidente con lo Stato e affine al costrutto di “spazio pubblico”, e quella di deliberazione, esattamente nell’accezione, cara a esempio alla filosofa e politologa Nadia Urbinati, di percorso attraverso il quale si approda alla decisione, alla scelta. Non a caso uno degli ultimi libri habermasiani porta come titolo Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa.