Habermas, una «scomparsa simbolica»

Muore a 96 anni il filosofo, gigante del pensiero critico moderno, capace di ripensare la democrazia in senso post-secolare

 

Scomparso sabato scorso 7 marzo a 96 anni a Starnberg, nel Sud della Germania, Jürgen Habermas era ormai l’ultimo filosofo del ’900. Amato, spesso criticato, era certamente in grado di affrontare l’era delle polarizzazioni di oggi. Chi non lo amava ne denunciava «le tentazioni della fede, le illusioni del cognitivismo etico e la rinuncia alla lotta per la democrazia radicale», come Paolo Flores D’Arcais, capace di titolare un suo libro Contro Habermas; per altri, invece, il pensiero di Habermas mirava a smascherare le contraddizioni e le forme di dominio nelle società avanzate: «un gigante» lo ha definito domenica scorsa il suo collega Giacomo Marramao: Habermas «aveva i connotati del fuoriclasse».

 

Abbiamo raccontato poco tempo fa Habermas proponendo l’intervista realizzata con Leonardo Ceppa (il decano dei traduttori italiani del filosofo) sul sito dell’Agenzia stampa Nev, su Riforma.it e su Rai Radio1 nella rubrica «Tra le parole» programma «Culto evangelico».

 

Lo abbiamo fatto perché nell’ultima opera (una trilogia ancora in corso di pubblicazione e tradotta in italiano con il titolo Una storia della filosofia) Habermas è entrato nella «Costellazione occidentale di fede e sapere» dedicando una parte del poderoso testo al riformatore e teologo Lutero. Alla notizia della scomparsa, immediata è stata la reazione bipartisan di commenti sui social, in tv, nelle radio, certamente in tutte le testate mondiali.

 

Tra i primi commenti a essere disponibili nel nostro piccolo mondo protestante, quello del professor Fulvio Ferrario, docente di Teologia sistematica alla Facoltà valdese di teologia di Roma.

 

«C’è qualcosa di simbolico nella scomparsa di Jürgen Habermas in questa fase della storia del mondo e dell’Occidente – ha scritto nella sua pagina social Ferrario –. Il filosofo proviene, com’è noto, dalla Scuola di Francoforte (i nomi più famosi sono quelli di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno) la quale, durante e dopo la II Guerra Mondiale, ha svolto un tentativo di pensare le radici del tracollo della ragione. In un contesto diverso, Habermas ha inteso riproporre la ragione (precisamente: la ragione comunicativa) come metodo per rendere meno disumana la convivenza e per consolidare il quadro democratico. Negli ultimi decenni, egli ha incluso le religioni tra i partner indispensabili a uno svolgimento sano di questa conversazione civile e politica: se non le si include, si esprimono diversamente, mediante i fondamentalismi.

 

Quello di Habermas (e dei Francofortesi che lo hanno preceduto) – prosegue Ferrario – è un illuminismo critico, un atto di fiducia nella ragione umana, limitata ma indispensabile, al di là degli ideologismi razionalisti e giacobini. Nell’era di Trump, di Xi, di Putin e della ierocrazia iraniana e della destra israeliana, non c’è posto per queste cose. Habermas se ne va, alla bella età di 96 anni, dopo averci lasciato sagge istruzioni per l’uso politico del cervello. Chissà, forse verrà il tempo nel quale i/le nostri nipoti o pronipoti torneranno a utilizzarle».

 

Perché Habermas, nello specifico, sia stato un filosofo importante (anche) per il protestantesimo italiano e europeo lo ricorda Debora Spini, docente di filosofia politica e sociale alla Syracuse University of Florence e membro della Commissione studi della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei). «Dobbiamo ricordarci – dice – come negli ultimi venti anni Habermas abbia insistito sulla necessità di ripensare la democrazia in senso post-secolare. Certo, ciò non significa una spartizione dello spazio pubblico da parte delle religioni, tutt’altro. Al contrario, nella sua elaborazione del paradigma post-secolare, Habermas ha sempre insistito sulla necessità di includere anche i credenti e le ragioni dei credenti nei dibattiti della sfera pubblica, superando così un concetto di laicità ormai datato. Al contempo ha anche sottolineato la necessità del principio di traduzione, ovvero la necessità da parte dei credenti di tradurre le loro ragioni in termini che fossero comprensibili anche a chi non condivideva il fondamento metafisico. Una chiave molto importante anche per capire molti dei conflitti contemporanei».

 

«Un’altra ragione però, c’è data dall’attualità – evidenzia Spini –, ovvero il fatto che Habermas ormai più che novantenne, si sia impegnato nel ciclopico sforzo di scrivere anche una storia della filosofia, con il titolo: Una storia della filosofia. Quest’opera, anche alla luce della sua scomparsa, è oggi un testamento ed è disponibile in italiano grazie allo sforzo di traduttori di ieri e di oggi come Leonardo Ceppa, Giorgio Fazio e Walter Privitera, e nel secondo volume si dedica una grande attenzione proprio alla figura di Lutero, nel quale Habermas vede sostanzialmente l’araldo di un tipo di coscienza essenzialmente moderna; e nella teologia di Lutero l’apertura di uno spazio fondamentale per l’individualità. In questo senso – conclude Spini – Habermas ritrova una modernità nella figura di Lutero in una chiave sobria e oggettiva, lontana da trionfalismi spesso ingombranti».