Educare alla legalità
Per la Giornata della legalità e dei diritti, la pastora Bagnato riflette sul ruolo delle chiese, sulle responsabilità educative delle comunità e sui rischi che oggi affrontano le nuove generazioni
La Conferenza del IV Distretto delle chiese valdesi e metodiste (Sud Italia e isole) ha rilanciato la Giornata della legalità e dei diritti, istituita nel 2013, invitando le chiese del Sud (ma non solo) a dedicavi il culto di domenica 15 marzo. Per questo appuntamento Giuseppina Bagnato, pastora delle chiese di Catanzaro-Vincolise, Cosenza e Dipignano, ha preparato un documento dal titolo «L’importanza e il valore della speranza per le generazioni presenti», contenente riflessioni, materiali liturgici e omiletici messi a disposizione delle chiese. A lei abbiamo rivolto alcune domande.
– Perché oggi le chiese sentono il bisogno di riprendere con forza questo appuntamento?
«Credo che questo bisogno sia sempre stato avvertito in maniera molto forte. In particolare, nei contesti del Sud Italia, dove si registra una fragilità strutturale, amministrativa, politica ma soprattutto economica. Va da sé che il problema di illegalità e criminalità è presente nel resto d’Italia e le cronache giudiziarie ne danno ampia diffusione, ma semplicemente è un fenomeno gestito dalle mafie in maniera diversa, dove anche la complicità dei grandi poteri economici nazionali e internazionali giocano un ruolo determinante nello sfruttamento in particolar modo dei lavoratori, del sistema degli appalti e della gestione del mercato delle droghe».
– Nel documento preparato per la Giornata della legalità si sottolinea che l’impegno delle chiese oggi è rivolto in modo particolare alle nuove generazioni, che sono intercettate dalla criminalità organizzata. Quali sono i principali rischi per i giovani? Quanto pesa il contesto del Sud?
«Credo che il rischio a cui sono esposti i giovani sia la sovraesposizione fuori controllo nell’utilizzo dei social e di tutte quelle attività che attraverso Internet li raggiungono. Oggi possono essere raggiunti facilmente da qualsiasi tipo di modello, lo dimostra il fatto, per esempio, che negli ultimi anni Milano ha visto i giovani delle “famiglie bene” mettersi in contatto tramite social con i cosiddetti “maranza delle periferie” per una questione di emulazione. Le generazioni più adulte devono studiare i linguaggi e gli strumenti di comunicazione dei giovani; mafie e criminalità, invece, si muovono con una velocità e una capacità di cavalcare questi strumenti spesso superiori alle nostre».
– Nel documento lei ricorda le parole del magistrato Nicola Gratteri, secondo cui la differenza la fanno spesso i genitori e l’esempio ricevuto in famiglia. Quale ruolo può svolgere oggi la famiglia nella prevenzione della violenza? E le chiese?
«Il modello di famiglia allargata è in crisi perché il tessuto educativo sociale è in crisi. Se un tempo crescere un figlio era una responsabilità non solo della famiglia ma del quartiere, della scuola, adesso tutto viene delegato. Faccio un esempio: nella chat di classe di mia figlia tredicenne sono arrivati messaggi aggressivi, violenti; nel rivolgermi al genitore del ragazzo che aveva inviato i messaggi, per cercare di ottenere una mediazione, mi sono sentita dire: “ma se controllo la sua chat, io ledo la sua privacy”. Ho risposto che era compito nostro esercitare un ruolo genitoriale. Ma qual è oggi il ruolo genitoriale? Se esso è in crisi, le nostre chiese sanno essere ancora comunità o rischiamo di ripetere le stesse dinamiche di delega? L’insegnamento biblico ci dice che c’è sempre una responsabilità collettiva: tutto ciò che crea isolamento, crisi, rottura, trauma e tossicità nei giovani, avrà poi un impatto sulla collettività nel breve e nel lungo periodo. Le generazioni fragili che stiamo crescendo saranno un domani gli adulti a cui verrà demandato il ruolo di cura, di guida e di responsabilità dei paesi in cui viviamo».
– Il materiale preparato per la Giornata della legalità ha come filo conduttore il testo di Isaia 66, 10. Che relazione c’è tra le parole del profeta e il discorso sulla legalità?
«Il libro del profeta Isaia è complesso e apre la narrazione con una forte critica rivolta al popolo d’Israele, che si è legato al potere allontanandosi da un culto autentico di Dio, che annuncia giustizia per tutti, misericordia e cura del creato. I versetti scelti parlano del ruolo materno, di cura di Dio: il popolo sa che sarà punito per il suo atteggiamento ma fa appello a Dio che è colui che lo ha plasmato. Dio non sottrae i figli e le figlie alle loro responsabilità e dice: “Se convertite le vostre vie, se riprendete il principio di giustizia, di umiltà e di amore, io vi consolerò come una madre consola i propri figli”. C’è una richiesta di reciprocità che è centrale per noi protestanti nel discorso sulla legalità: il percorso di rieducazione parte da una confessione di peccato e approda a un cambiamento che porterà frutti non soltanto alla persona coinvolta, ma al contesto sociale e al creato intero. Come ogni percorso educativo, il testo profetico non insiste soltanto sugli aspetti negativi, ma sul potenziale positivo: parla di gioia e della possibilità di trovare nel cambiamento una chiave di rinascita».
– Nel documento si parla della speranza per le generazioni presenti. In un contesto segnato da violenza e illegalità, che tipo di speranza può offrire la testimonianza cristiana?
«La speranza è alla base della nostra fede cristiana, ma mi spingerei oltre: credo sia alla base di qualsiasi fede che vive il rapporto tra il divino e il creato come centrale in un messaggio di amore, di misericordia e di giustizia. Noi non andiamo in chiesa per vivere un momento di consolazione personale ma per essere nutriti da una parola che motiva il nostro agire per la sequela di Cristo. La capacità di non modellarsi al contesto in cui viviamo, ma di modellarsi alla chiamata di Cristo, è centrale per tutte le nostre chiese, da nord a sud, da est a ovest. Tutte le forme di deviazione, che riguardano anche le nostre comunità, possono essere superate grazie alla speranza che ci viene da un Cristo che ha predicato lo stesso evangelo a ogni latitudine e longitudine del globo. Questo è il cuore di ogni movimento ecumenico».
Foto di Rino Porrovcecchio via Flickr: Capaci (PA), ITA. Da questo spazio, il 23 maggio 1992, Giovanni Brusca azionò il telecomando che diede luogo alla strage di Capaci in cui rimasero uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Questa fotografia è dedicata al ricordo del loro sacrificio.