Sinodo luterano. Il decano Carsten Gerdes: «essere insieme»
Al via oggi la riunione annuale della Chiesa luterana in Italia
Quando nel maggio 2022 fu eletto Decano della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Carsten Gerdes disse che voleva continuare a celebrare culti e a stare vicino alle persone.
A distanza di quattro anni, ammette con franchezza che quell’equilibrio è stato difficile da mantenere. “I culti a Caldana sono passati da due al mese a uno. Molte celebrazioni che Magdalena (Pastora, è la moglie, ndr) ha guidato al mio posto, non le ho neppure potute vivere. La mia presenza nella comunità si è dimezzata“, racconta.
“Tutto ciò ha avuto ripercussioni sulla vicinanza emotiva con i membri della comunità. È difficile da descrivere. Certo, per la comunità è stato positivo che la maggior parte delle mie assenze sia stata coperta da Magdalena (Tiebel-Gerdes), la loro pastora di fiducia, e non da una terza persona“.
Il mandato di Gerdes è iniziato tre mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. “Non avrei mai pensato che la guerra sarebbe ancora in corso nel momento in cui avrei restituito il mandato di Decano“, dice.
“In questi quattro anni ci siamo dichiarati ripetutamente solidali con il popolo ucraino e abbiamo condannato l’aggressione russa, comprese azioni singole particolarmente esecrabili. E ora, da poche settimane, è scoppiata un’altra guerra, in cui diversi esponenti religiosi proclamano ad alta voce che la guerra è un mezzo di confronto voluto da Dio“.
Ma su questo Gerdes è netto: “una posizione che respingo in modo assoluto. Rifiuto i passi dell’Antico Testamento che vengono citati come presunta legittimazione per le azioni odierne. Per me valgono le parole di pace e l’esempio di Gesù come guida per l’agire personale e collettivo“.
All’inizio del suo mandato, Gerdes aveva intuito che il futuro della CELI sarebbe stato più italiano che tedesco.
Così, in questi anni di viaggi, di contatto e conoscenza delle Comunità luterane nei loro contesti, nella loro vita e azione vede che quell’intuizione comincia a “concretizzarsi in diversi ambiti e ne sono contento“.
“I nostri membri vivono in Italia, alcuni temporaneamente ma altri stabilmente. È giusto confrontarsi con la lingua, la società, le persone che vivono qui“.
In quanto cristiani evangelici, spiega, c’è un doppio compito: “Mostrare ai cattolici la nostra diversità e farla conoscere, e al tempo stesso impegnarci insieme, come cristiani, in una società sempre più lontana dalle chiese — con valori, convinzioni, partecipazione concreta“.
Nella sua comunità di Ispra-Varese ha avviato con la parrocchia cattolica vicina una serie di incontri ecumenici durati diversi anni: “Eutanasia, unioni tra persone dello stesso sesso, il ruolo della Chiesa nella società secolare — su ognuno di questi temi abbiamo cercato di illuminare la prospettiva evangelica e quella cattolica, sempre nel tentativo di sottolineare ciò che unisce più di ciò che divide. Sono stati momenti straordinari“, ammette.
Il Sinodo del 2025 aveva come tema “Insieme per progettare il futuro”.
A un anno di distanza, Gerdes ammette con onestà: “Sì e no. Siamo un anno più avanti. Le strutture, i numeri, gli eventi, le persone sono sostanzialmente gli stessi. Ma la consolidazione non può essere l’unico obiettivo per costruire il futuro“.
L’estate scorsa, la drastica riduzione dell’assegnazione dell’otto per mille ha imposto una svolta: “Dobbiamo intraprendere passi concreti. Probabilmente non potremo compierli già in questo Sinodo, ma dovremo almeno concordare sulle forme, gli obiettivi che nel 2027 possano tradursi in misure concrete. Temo che l’andare avanti così non sia più possibile“.
L’Assemblea della LWF a Cracovia, l’incontro con Papa Francesco, il 75° anniversario della CELI: momenti in cui la Chiesa luterana italiana si è misurata con orizzonti molto più ampi.
“Prima di venire in Italia come pastore, c’erano due ambiti che non avevo mai davvero esplorato: gli incontri ecumenici e il lavoro nei tavoli istituzionali“, riconosce Gerdes.
“In entrambi i contesti mi sono ritrovato spesso come membro di una minoranza: gli evangelici di fronte ai cattolici, la CELI di fronte alle grandi chiese. Credo che queste esperienze di minoranza mi abbiano reso più attento ai rapporti di forza e ai numeri“.
Ma anche alla ricchezza che nasce dalla differenza: “incontrare i rappresentanti di altre chiese mi ha mostrato quanto sia importante cercare insieme passi comuni e quanto possa essere ricca la diversità dell’altro“.
Nel 2025 il Sinodo ha deciso di lasciare la piattaforma X per una incompatibilità di fondo tra i valori che animano la CELI e quelli che, invece, regolano quello spazio digitale.
La domanda sui social media è perciò quella che Gerdes definisce la più difficile.
“Personalmente, sono poco presente sui social. Non mi attrae molto l’idea di pubblicare i miei pensieri e le mie esperienze in parole e immagini e vedere cosa ne viene fuori. Questa distanza personale si riflette, ahimé, anche su quella istituzionale“, ammette.
“Pur vedendo chiaramente la necessità per la Chiesa di essere presente in quegli spazi. Abbiamo bisogno di Facebook, Instagram, TikTok, del sito web — su questo non c’è dubbio. Tuttavia non mi sento in grado di decidere quali utilizzare e quanto impegno dedicarvi“.
Carsten Gerdes ha sempre misurato le parole, mettendo una cura particolare nella ricerca non di quelle giuste da dire ma di quelle che possono aprire al dialogo, alla relazione, all’ascolto reciproco.
In questa intervista si coglie la profondità di questo Pastore luterano, discreto ma capace di osservare in profondità e con una rara lungimiranza.
Perciò, quando gli si chiede cosa spera di aver lasciato nella CELI, non nelle strutture, ma nelle persone, sembrano riecheggiare i versi di Khorakhané di Fabrizio de André richiamati nel titolo di questa intervista.
“Una sensazione e una soddisfazione nel vedere che insieme abbiamo affrontato le sfide che si sono presentate e siamo riusciti a gestirle nel miglior modo possibile“, chiarisce.
“Nei miei discorsi e nel mio comportamento ho sempre voluto esprimere che non sono colui che sa, o finge di sapere, dove ci porterà questo viaggio. Ma che sono pronto e felice di partecipare a questo viaggio“.
Una pausa, e poi l’onestà che ha contraddistinto l’intero mandato e che può racchiudersi in una parola, modestia: “A volte ho avuto l’impressione che anche gli altri nutrissero il desiderio, l’aspettativa, di un decano che guidasse di più, che occupasse più spazio. Ma io non ero e non sono così“.
Il futuro della CELI, per il Decano uscente, si gioca su due livelli. “che le comunità evangeliche continuino a ritenere di voler costituire insieme una Chiesa e di averne bisogno per mantenere il dialogo tra loro e per avere una base comune nei confronti delle altre Chiese“.
Questa prospettiva dipende “dal fatto che in esse continuino a riunirsi persone unite dalla fede in Dio e chiamate ad agire come sale della terra. Per riprendere un altro tema del Sinodo. Le esperienze edificanti con la Parola di Dio ci riuniscono in una comunità. Quando lì sperimentiamo la comunione, siamo anche disposti a dare il nostro contributo. Finché ciò accade, non temo per il futuro. Anche se questo sarà diverso“.