Siria, il giorno dopo
La nostra intervista a Asmae Dachan alla presentazione del suo ultimo libro a Torino presso la libreria Claudiana
«Siria, il giorno dopo – le ferite e le speranze», è il nuovo libro di Asmae Dachan, ed è stato presentato giovedì scorso a Torino presso la libreria Claudiana. Quello di Dachan, giornalista, fotografa e scrittrice italo-siriana e docente universitaria a contratto a Macerata, è un volume che s’interroga e che interroga i lettori, che racconta storie di vita comune per narrare una Siria non puramente geopolitica ma umana, da accogliere con occhi e sguardi diversi.
Attenzione, poi, tra le righe, è stata dedicata alle parole e alla loro importanza.
«Sì – ci ha detto Dachan al termine della presentazione –, questo è un libro che entra dentro le ferite della popolazione siriana che da quattordici anni vive in guerra e che per altri cinquantaquattro ha subito le violenze di un regime. Che entra nel non detto, in quelle parole, le prime, pronunciate dai siriani subito dopo la caduta del regime, parole di dolore, parole di denuncia che erano state represse a causa del clima di violenza e di censura che era stato imposto».
Dachan entra nelle case dei siriani ascoltando le loro voci e cercando di capire che cosa possa aver significato nei quattordici anni passati coabitare con un conflitto che non ha risparmiato nessuno, che ha distrutto buona parte del paese e costretto buona parte della popolazione alla fuga. Ma più di tutto Dachan entra nel non detto, nel non raccontato, nell’oblio: «In un’assenza eterna per oltre 300 mila persone scomparse nel nulla e di cui ancora oggi non si sa più nulla – prosegue Dachan –. Questo è un libro che racconta i siriani attraverso la penna di una italo-siriana; credo che oltre al lato professionale il mio sguardo umano, di figlia di quel popolo, dia in qualche modo una chiave di lettura inedita, diversa».
In occasione della presentazione i presenti hanno potuto udire alcune parole siriane pregne di significato come «Mafqudin». Termine che significa persone scomparse forzatamente: «Questa con mio stupore, in occasione del mio reportage fatto di incontri e nuove amicizie, è stata la parola che ho sentito pronunciare di più. Pensavo che avrei sentito citare molto di più la parola “guerra” che, invece, non ho mai sentito pronunciare; credo che le persone siriane che ho incontrato avessero ancora tanta paura di parlare, di denunciare. Invece “mafquidin” è stata una parola chiave ripetuta all’infinito. Il grande dilemma, la grande ferita dei siriani è proprio questa: dove sono finite le persone arrestate arbitrariamente, i giornalisti, gli attivisti, anche tanti minorenni, bambini, donne, finiti in quel buco nero preparato dal regime siriano».
Anche oggi, dopo la fuga di Assad, le tante ferite del paese restano aperte e sanguinano, ricorda ancora Dachan: «Mi ha molto colpita vedere i resti dell’abbattimento delle statue e delle gigantografie della dinastia degli Assad: le famiglie le ricoprono con le foto dei propri “mafquidin”, per chiedere disperatamente notizie, per tentare di mettersi in contatto con loro, ci sono madri che da dieci, quindici anni aspettano di sapere dove siano finiti i propri figli, i propri mariti, le proprie figlie, e nessuno dà risposte».
Quando si parla di Siria lo si fà dal punto di vista geopolitico, che Dachan non dimentica seppur chiedendo un approccio diverso. «Chiaramente la geopolitica è necessariamente contemplata, ma cerco di usare un doppio linguaggio: quello della cronista e della persona italo-siriana. A differenza di altri saggi scritti da autorevoli colleghi italiani e stranieri della stampa internazionale – che raccontano il complesso quadro geopolitico siriano – il mio testo cerca di offrire qualcosa in più, entra proprio nelle ferite vive e viventi, racconta la guerra con un approccio empatico solitamente trascurato. Di guerre si parla tanto, sono al centro della comunicazione mondiale, si raccontano gli attori, i protagonisti, si riportano le dichiarazioni dei grandi leader internazionali, si ipotizzano le conseguenze mondiali, si ricordano i numeri delle vittime, degli sfollati, del costo dei danni, dell’ammontare dei costi per la ricostruzione, si segnalano i bombardamenti; ma mai nessuno si chiede come le guerre mutino le persone, quali sono le conseguenze sulla psiche di vittime e carnefici, di quanto la vita quotidiana delle persone sia stravolta dalle più piccole cose alle più importanti. Nel volume propongo uno sguardo diverso sul valore della vita».
Ci sono almeno tre generazioni di siriani colpiti dalle vessazioni, dalle privazioni, dalla guerra: «Sì, quelli che erano adulti e che hanno ormai completamente perso la speranza, quelli che erano giovani, adolescenti o preadolescenti, oggi donne e uomini, profondamente segnati e che hanno vissuto quelli che potevano essere gli anni più belli della loro vita in una condizione di incubo, lunghissimo, e infine i bambini che stanno cercando insieme alle loro famiglie di fare l’esperimento della vita in un contesto di pace; bambini che sono nati sotto le bombe, che non hanno mai vissuto la pace, mai vissuto la spensieratezza ma che oggi cercano di capire come possa funzionare la vita in luoghi diversi, e dove non sono le bombe a dettare la legge, non sono le armi a comandare, ma la società civile. Molti siriani oggi vivono in Italia anche grazie ai Corridoi umanitari promossi dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia, alla Comunità di San’Egidio e alla Tavola valdese».
La libreria Claudiana ha deciso di proporre una presentazione del tuo libro con un dialogo tra siriani…
«È stata una scelta importante, coraggiosa, poter parlare liberamente, autorappresentarsi, raccontarsi. Oltre a me la presenza di Mido e Muna Khorzoum, ha proposto l’immagine di una Siria, spesso dimenticata, spesso poco trattata, facendo emergere il suo ruolo, quello di “anello di congiunzione” tra il cosiddetto occidente e il vicino oriente. La geografia di questo paese fa sì che, da sempre, da secoli, la Siria sia un crocevia di popoli, di culture, ma anche di interessi a livello internazionale, di tipo economico, di tipo culturale e, ahimè, anche geopolitici. Ciò che succede in Siria, che si muove in Siria, ha necessarie ripercussioni su tutti gli equilibri del cosiddetto vicino Oriente».
Tutti abbiamo studiato la Siria sui libri di storia, proprio per le tante e differenti popolazioni che hanno abitato questa terra, per tutto ciò che è successo tra il Tigri e l’ Eufrate, con popolazioni antichissime.
«La Siria è il luogo dove ancora si parla l’aramaico, quindi è importante per tutto quello che nella storia ha dato all’umanità a livello culturale, artistico e scientifico. Oggi purtroppo è diventata uno scacchiere sul quale si scontrano grandi potenze» e dove si snodano anche gli interessi delle potenze regionali.
C’è in questo momento nel mondo, e anche in Siria, un distaccamento completo tra la rappresentanza politica e quello che è invece lo specchio della società civile.
«La società civile mondiale, come quella siriana, è civile, vivace, colta, attenta, ben diversa da chi oggi detta le linee mondiali».
C’è una storia descritta nel libro che possa mandare un segnale a questo mondo malato: «Ripenso alla bambina incontrata nella periferia che la guerra ha ridotto a zona grigia, priva di colori ma fatta di sola polvere, spuntata dal nulla, spuntata da dietro le macerie, dietro una sorta di lenzuolo appeso. Chiaramente mi sono avvicinata guardando queste macerie cercando di capire dove potesse essere il limite, cioè la porta di casa dove avrei dovuto fermarmi per non invadere la loro sofferta intimità, e dietro la bambina, sorridente, è apparso il padre e mi ha detto che quelle erano le macerie della loro casa e quanto quelle macerie fossero più dignitose della vita in un campo per sfollati, un campo per profughi. La bambina mi ha detto “accomodati”, come se quelle macerie per lei veramente rappresentassero il sogno, come se avesse ereditato l’emozione, l’amore per la casa attraverso l’amore dei suoi genitori».