I cadaveri di Rio

Il massacro nella favela della città brasiliana è un tassello di un più vasto confronto su come impostare la questione dell’ordine pubblico e della sicurezza nel grande Stato latino-americano

 

Ha destato ripudio e sconcerto, in Brasile e a livello internazionale fino alle Nazioni Unite, l’operazione delle polizie di Rio de Janeiro che il 28 ottobre 2025 ha lasciato sul terreno 121 morti, 4 dei quali poliziotti, e un numero imprecisato di feriti. Un fatto di tale gravità non avviene in modo casuale, né isolato, ma si colloca in un contesto che lo motiva e forse lo organizza. Vorrei quindi fornire qualche considerazione che consenta di cogliere lo scenario più ampio in cui è avvenuto l’episodio puntuale di fine ottobre. 

 

In Brasile negli ultimi lustri si è molto rafforzata la criminalità organizzata che ha i propri nuclei più strutturati a San Paolo con il Pcc (Primo comando della capitale) e a Rio con il Cv (Comando rosso), e con milizie formate in prevalenza da poliziotti non più in servizio. Il primo, più potente e inserito in collegamenti internazionali anche con omologhi italiani, opera soprattutto utilizzando il sistema finanziario; i secondi controllano direttamente il territorio attraverso forme varie di prevaricazioni sulla popolazione delle favelas (oggi chiamate comunità) e la speculazione immobiliare. Naturalmente settore importante è il traffico di droga che tuttavia non va visto come l’unico campo di attività e che comunque è controllato da reti transnazionali in buona parte dall’apparenza rispettabile (colletti bianchi, grande logistica, finanza off shore). 

 

In questa situazione la questione della sicurezza diventa un tema politico di primo piano sul quale le posizioni si contrappongono fra da un lato le forze di destra, prevalenti nella Camera dei deputati e in alcuni Stati (con governatori di estrema destra) e dall’altro l’esecutivo federale di centrosinistra, peraltro condizionato da un complicato sistema di coalizione. Da mesi il governo cerca di fare approvare una legge quadro che consenta un coordinamento di indirizzo e informazione fra gli organismi di sicurezza degli Stati e dell’Unione (qualche cosa di simile alla nostra Direzione nazionale antimafia) in modo da rafforzare le misure di contrasto alla criminalità organizzata soprattutto attraverso l’intelligence. È infatti opinione condivisa che la repressione truculenta della manovalanza non serve a debellare le fazioni, laddove è l’interruzione del flusso di denaro che le alimenta a indebolirle e disarticolarle.

 

Ma questa proposta di legge viene ostacolata da parte di quei governatori che non vogliono perdere il controllo delle proprie polizie e dal parlamento con maggioranza ostile. Il massacro di Rio è un tassello di questo più vasto confronto su come impostare la questione dell’ordine pubblico e della sicurezza e sembra di capire che il governatore di Rio abbia deciso di offrire un messaggio forte del “successo” della repressione primitiva e fisica: il segretario di sicurezza ha affermato che si è trattato di azione legittima dello Stato per attuazione di ingiunzione giudiziaria. 

 

Vi è un secondo aspetto che va tenuto presente. Fra poco meno di un anno ci saranno le elezioni presidenziali e politiche generali, e al momento non sembra evidente che il blocco di potere che fonde destra ed estrema destra possa prevalere. Il governo presieduto da Luis Inácio Lula da Silva ha recuperato un discreto consenso negli ultimi mesi e si coglie una certa ripresa di partecipazione politica della cosiddetta società civile grazie anche a buoni indicatori economici per quanto concerne occupazione, inflazione, salari. Mancano alla destra anticostituzionale e antisociale parole d’ordine significative e risultati positivi da presentare. Così, porre al centro il tema della sicurezza permette di spostare il dibattito dalle questioni socioeconomiche concrete e materiali alla preoccupazione securitaria alimentata dalla paura verso pericoli reali ma ingigantiti ad arte. Proporre soluzioni semplici e rapide – “eliminare il nemico”, “annientare il criminale” – può trovare eco favorevole giocando su corde emotive lontane dalla necessaria riflessione. 

 

È lecito avere il dubbio che il massacro di Rio non sia stato un accadimento preterintenzionale, ma piuttosto un ben costruito intervento con finalità ideologico-politico-elettorale precisa. Conferma questa ipotesi una costellazione di fatti alcuni preoccupanti, altri nebbiosi. Fra i primi la eccessiva rapidità con cui il governatore di Rio ha convocato una conferenza stampa invitando suoi pari grado della stessa parte politica a parteciparvi. Le congratulazioni per il successo dell’operazione si sono intrecciate con proposte non previste da alcuna legge vigente quali lo scambio di uomini e mezzi fra Stati e upgrade del settore droga alla categoria di narco-terrorismo. Tale definizione, come noto, è cara all’amministrazione Trump che se ne serve per destabilizzare militarmente i Caraibi, e che potrebbe fare lo stesso con il Brasile. Nelle nebbie si perde la gestione delle polizie a devastazione compiuta: una sessantina di cadaveri sono stati ritrovati in un’area forestale e recuperati da comuni cittadini; la difesa pubblica e la polizia federale non sono state ammesse ai controlli dell’istituto medico legale, l’identificazione dei cadaveri procede lentamente e molti nomi non coincidono con quelli denunciati dal Ministero e sono di persone senza incriminazioni. 

 

Le istituzioni brasiliani stanno uscendo, con uno sforzo giudiziario colossale, dal tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023. Massacri polizieschi e norme di emergenza qui come altrove non sono necessari né utili. Che si faccia ricorso alla paura per la sicurezza o si coltivi la cultura del riarmo conto “il nemico” per condizionare la convivenza civile è strada che inesorabilmente scivola verso autoritarismo ed eccessi di controllo. In definitiva gli oltre 120 poveri cadaveri vilipesi di Rio parlano anche di noi.

 

San Paolo, 6 novembre 2025

 

 

Foto: 

By chensiyuan – chensiyuan, CC BY-SA 4.0,