Verso una nuova Europa?

Una serie di scadenze elettorali si affaccia all’orizzonte: una possibile concomitanza di successi per i partiti di destra ed estrema destra avrebbe delle conseguenze sui rapporti fra le Istituzioni comunitarie

 

Lo svolgimento di elezioni politiche e presidenziali nei prossimi mesi, a cominciare da novembre in Spagna e poi a seguire, nel corso del 2027, in Francia, Polonia, Grecia e Italia, potrebbe portare a uno scenario inedito nell’Unione europea con la grande maggioranza dei governi dei suoi Stati membri guidati da partiti dichiaratamente di destra o di centro-destra. In particolare, in caso di successo dello schieramento di destra nelle elezioni anticipate di novembre in Spagna e una vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del 18 aprile/2 maggio del prossimo anno in Francia, la svolta, rispetto allo scenario attuale, sarebbe in gran parte realizzata, in attesa delle scelte dell’elettorato italiano chiamato alle urne a giugno (in caso di elezioni anticipate) o a settembre/ottobre (in caso di conclusione naturale della Legislatura).

Le prossime elezioni federali tedesche (per il Bundestag) sono, invece, previste per l’inizio del 2029, ma i recenti esiti elettorali nelle elezioni regionali, con l’ascesa travolgente del partito di destra Alternative für Deutschland – AfD, che da ultimo ha ottenuto 39 seggi su 88 nel Parlamento della Sassonia-Anhalt, potrebbero determinare un repentino cambio di tempi. Da questo scenario, in rapida evoluzione, resta fuori il Regno Unito che, come tutti sanno, non è più membro dell’Unione europea dal 2020 e costituisce, sempre più, un contesto politico a sé stante.

 

Nel frattempo, proseguono la corrente legislatura del Parlamento europeo, iniziata nel 2024 e destinata a durare fino al 2029, e l’attività della Commissione europea guidata, per la seconda volta, da Ursula von der Leyen. In questo caso non esiste una coalizione formale con un patto di governo, come nei parlamenti nazionali, che sostiene la Commissione europea. Esiste però un nucleo stabile, la cosiddetta “maggioranza Ursula”, formata da tre gruppi: il Partito popolare europeo (PPE, centrodestra, il gruppo di Von der Leyen), i Socialisti e Democratici (S&D, centrosinistra) e i liberali di Renew Europe, che collabora per la realizzazione del programma presentato dalla Presidente della Commissione al momento della sua elezione. All’opposizione restano soprattutto i Patrioti per l’Europa (tra cui Lega e Rassemblement National), l’Europa delle Nazioni Sovrane e La Sinistra (tra cui il M5S).

 

Le conseguenze di una contemporanea affermazione di maggioranze di destra e centro destra a capo dei Governi degli Stati membri (soprattutto, in Spagna, Francia e Italia) non potrebbe che riflettersi in maniera molto significativa nelle Istituzioni europee in cui questi sono direttamente rappresentanti. Vediamo più precisamente quali. Il Parlamento europeo, come noto, non detiene il monopolio della funzione legislativa nell’ambito dell’Unione europea ma adotta le norme eurounitarie (regolamenti e direttive) d’intesa con il Consiglio dei Ministri dove sono presenti, in dieci diverse composizioni ratione materiae, i ministri dei Governi dei 27 Stati membri. Senza l’approvazione di entrambe le Istituzioni il processo legislativo dell’Unione europea, che origina dalle proposte delle Commissione, resta, dunque, inesorabilmente fermo. Un forte disallineamento politico tra le due Istituzioni potrebbe perciò facilmente determinare, se non un blocco, almeno un forte rallentamento dell’azione legislativa dell’Unione europea nei prossimi tre anni almeno.

 

Le conseguenze più significative del cambio politico ipotizzato si realizzerebbero, in realtà, nell’ambito del Consiglio europeo dove siedono i Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri. Quest’ultima istituzione sebbene non adotti atti normativi vincolanti, in ragione della sua composizione di vertice, trasmette, attraverso le conclusioni al termine delle sue riunioni, le direttive politiche che indirizzano l’azione dell’Unione europea sui temi più importanti e attuali (solo per citarne alcuni, la guerra in Ucraina e in Iran, la crisi energetica e il green deal). La presenza in netta maggioranza di Capi di Stato (vedi, in ipotesi, l’arrivo di Marine Le Pen del Rassemblement national) o di governo (che si aggiungano agli attuali Primo Ministro della Repubblica Ceca Andrej Babiš, a capo del movimento populista ANO2011, o il Primo Ministro della Repubblica Slovacca Robert Fico, leader del partito nazionalista Smer-SD, e molti altri) che hanno dichiaratamente tra i loro obiettivi quello di ridimensionare il ruolo dell’Unione europea, per meglio far valere il rispettivo interesse nazionale, non tarderebbe a farsi sentire.

 

L’evoluzione politica prospettata, sebbene al momento ipotetica, si collocherebbe in uno scenario, già attuale, in cui torna nel linguaggio corrente dei politici e dei vertici militari l’uso, troppo disinvolto, della parola guerra (magari edulcorata in “guerra ombra” o “guerra ibrida”) a fronte di sempre crescenti tensioni geopolitiche alimentate da nazionalismi irrazionali e retrogradi, in particolare sul fronte est dell’Europa. Non resta, allora, che augurarsi che gli elettori europei, recandosi alle urne nei mesi a venire, esprimano un voto consapevole e meditato rispetto alle conseguenze delle loro scelte e si ricordino della tragica lezione della Storia (con la S maiuscola) nel secolo scorso, tenendo presente che le Istituzioni europee sono il migliore baluardo a difesa della pace a condizione che siano guidate coerentemente agli ideali comuni e agli obiettivi condivisi posti alla base della loro stessa esistenza.

 

Michele Vellano è professore ordinario di Diritto dell’Unione europea – Università di Torino