Sappiamo ancora leggere?
Quello della lettura è un terreno in cui la forbice delle disuguaglianze sta tornando ad allargarsi in modo allarmante
Se c’è un elemento che ha storicamente plasmato l’identità valdese ed evangelica in Italia, è l’affezione per la lettura. L’impegno per l’alfabetizzazione – concretizzato nella rete delle Scuole Beckwith nelle Valli e nelle aule scolastiche che nascevano in simbiosi con le nuove chiese nel resto del paese – rispondeva a una duplice e inscindibile vocazione. Da un lato, fornire alle persone gli strumenti per leggere la Bibbia in autonomia, superando ogni mediazione; dall’altro, formare cittadini capaci di vivere pienamente il proprio ruolo nella società.
Questa eredità ci impone, oggi, di non abbassare la guardia sulle competenze di lettura, nostre e delle nuove generazioni. È un terreno, infatti, in cui la forbice delle disuguaglianze sta tornando ad allargarsi in modo allarmante, come dimostrano i dati dell’ultima indagine OCSE-PISA pubblicati a settembre. A livello globale si registra un vero e proprio tracollo: nell’ultimo decennio il punteggio medio OCSE è crollato di 27 punti. Tradotto, questo arretramento significa che la percentuale di quindicenni che non possiede più gli strumenti base per comprendere un testo è aumentata del 10%, passando da 21% al 31%, cioè dieci anni fa solo su cinque aveva difficoltà di comprensione del testo, adesso sono uno su tre.
In Italia, in controtendenza, il dato complessivo sembra aver tenuto in questi anni, posizionandosi leggermente sopra la media internazionale. Eppure, questa stabilità statistica è un’illusione ottica che nasconde una spaccatura tra le diverse tipologie di scuola. Il sistema scolastico italiano viaggia a due velocità: da una parte i licei, che mantengono standard elevati e stabili; dall’altra gli istituti tecnici e professionali, che negli ultimi vent’anni hanno perso ben 41 punti. Tradotto in vite reali, significa che il 60% degli studenti dei professionali non possiede le competenze di base per comprendere un testo, contro il “solo” 9% dei liceali.
A questo divario sistemico si intreccia il peso del background familiare. Nei licei, le condizioni economiche, sociali e culturali della famiglia determinano fortemente le probabilità di successo: chi proviene da un ambiente agiato ha molte più garanzie di sviluppare competenze di lettura adeguate. Negli istituti tecnici e professionali, invece, il contesto di partenza risulta tragicamente “neutro”, poiché le difficoltà di apprendimento colpiscono verso il basso in modo trasversale. Guardando al dato nazionale, l’ingiustizia è lampante: un ragazzo nato in una famiglia agiata rischia di non acquisire le competenze di lettura di base solo nell’11% dei casi, mentre chi nasce in contesti svantaggiati ha 4 possibilità su 10 di non imparare mai a padroneggiare un testo scritto.
Le interpretazioni su questo calo generalizzato (soprattutto su scala globale) sono molteplici. C’è chi lo imputa all’invadenza della cultura digitale, dei social network e dell’intelligenza artificiale; chi guarda alle oggettive fatiche della scuola nell’inclusione linguistica degli studenti con background migratorio; e chi avanza perplessità sull’assoluta precisione di questi strumenti di indagine statistica. Tuttavia, resta innegabile e diffusa la percezione di una crescente difficoltà di molte persone a comprendere quanto leggono.
Leggere non è un esercizio tecnico: significa imparare a pensare, strutturare il linguaggio, costruire ragionamenti articolati e moltiplicare i punti di vista. È lo strumento primario per sapersi esprimere e per esercitare in modo responsabile la propria cittadinanza. Un’urgenza che vale a maggior ragione per noi, che crediamo che la lettura personale e consapevole delle Scritture rimanga il fondamento irrinunciabile per una fede evangelica matura e responsabile.