Dio ci libera dalle nostre prigioni

Un giorno una parola – commento a Salmo 142, 7

 

 

Libera l’anima mia dalla prigione, perché io celebri il tuo nome

 Salmo 142, 7

 

 

Pietro dunque era custodito nella prigione; ma fervide preghiere a Dio erano fatte per lui dalla chiesa

Atti degli apostoli 12, 5

 

 

Ogni preghiera che si chiuda con un’offerta di lode sembra sospetta. Dio dovrebbe esaudirci solo per sentirsi lodato? Oppure noi vogliamo trattenere la lode che è dovuta al Re dei Re finché Lui non fa quel che vogliamo noi? Ma in alcune situazioni, questi sono inutili sofismi.

 

Cosa dovrebbe fare chi, stretto dalle sbarre di una prigione che può essere fisica o morale, si ritrova finalmente in libertà, se non celebrare il nome del potere che gli ha permesso la fuga? Il salmista mette in ordine tutti i segnali di una prigionia: il grido di aiuto, che viene anticipato, il racconto della pena, del percorso ad ostacoli che lo ha portato nella caverna profonda, le cattiverie di chi ha fatto del male, e anche quelle di chi non ha aiutato, fino ad arrivare alla realizzazione: “Tu sei il mio rifugio, la mia parte nella terra dei viventi”. Da qui riparte il duro cammino in salita, che arriverà alla liberazione, perché non siamo soli, non dobbiamo fare tutto da sole.

 

Il nostro pensiero va a tutti coloro che sono in catene, ora, per cause di coscienza. La nostra preghiera li vuole accompagnare e sostenere, sapendo che la pace di Dio li consola.

 

Ma noi vogliamo chiedere di più, Signore: libera i prigionieri dalle loro catene, e spezza dentro di noi le catene con cui vogliamo imprigionare i nostri fratelli e le nostre sorelle. Libera le nostre vite dalle prigioni dove ci siano rintanati, e noi celebreremo il Tuo nome, perché non potremmo fare altrimenti! Amen.