Piccoli passi tra sensibilizzazione e ascolto

Terza tappa della Carovana per l’ecosostenibilità: il resoconto tra la Val d’Aosta e il Saluzzese della coordinatrice della Commissione Globalizzazione e ambiente della Fcei

 

Le criticità che avrei rilevato durante il viaggio erano già note prima della partenza: caldo e siccità hanno eletto l’ estate 2026 a più calda di sempre. Qualche giorno dopo Ferragosto era piovuto abbondantemente sul Colle San Bernardo, altezza 2.473 m, sicché il 22 agosto abbiamo iniziato la discesa dal Colle a 4°. Finite le rocce e iniziati i sentieri erbosi anche la temperatura ha cominciato ad alzarsi. Il verde intorno è abbondante, vivo in alcuni tratti e dorato in quelli esposti maggiormente al sole. Penso sia normale ma mi sbaglio. La trattoria e l’ostello di Echevennoz, un minuscolo villaggio in direzione di Aosta e sosta del primo giorno di cammino, sono gestiti da una simpatica famiglia del luogo. La titolare non ricorda estate peggiore. Il caldo ha bruciato l’erba dei pascoli e per la prima volta nel suo piccolo orto ha dovuto installare l’impianto di irrigazione a goccia, altrimenti tutto sarebbe andato perduto. Capisco così che prima erano sufficienti le piogge e lo sbalzo termico notturno. Non è piovuto per tre mesi, dice incredula. L’orto sotto il sole è esploso di ortaggi grandi e saporiti, di cui godiamo pienamente a cena accompagnandoli ai prodotti tipici valdostani. Una delizia. La signora è fiera del suo orto, un chiaro esempio di adattamento climatico. 

 

Il cammino del giorno dopo ci porta ad Aosta. È un continuo entrare e uscire dai boschi e nulla lascia immaginare che quella terra subisca sofferenze climatiche. Il percorso interseca spesso o è affiancato dai “rou”, canali di raccolta delle acque e questo dà un senso di piacevole frescura e l’idea che le alte temperature non possano lambire queste zone, ma rimane solo un’idea: Aosta nel mese di agosto ha registrato un picco di 39°. Il massiccio del Monte Bianco fino a qualche giorno prima era nudo e le locandine dei quotidiani locali che incontriamo nei paesi attraversati riportano allarme. Solo negli ultimi giorni è apparsa qualche striatura e gli autoctoni ne parlano con preoccupazione. In prossimità di Aosta e nel lungo tratto che ci porta a Châtillon, notiamo che i campi incolti sono innaffiati già a partire dai 600 m di altitudine. Serve a mantenere l’erba fresca per il pascolo di bovini adulti e vitelli. 

 

Il cammino dal Colle San Bernardo a Châtillon, il punto più basso toccato, ci ha dato la possibilità di godere di un’ampia biodiversità. Rocce e prati, arbusti, licheni di diverse fattezze, abeti, zafferano e poi scendendo noci, querce, castagni, noccioli, rovelle, meli, peri, more, prugne, funghi, equiseto, iperico, rosa canina, biancospino, fiori di ogni specie e colore e poi ancora scendendo sempre più una vegetazione mediterranea, finocchio, iperico, malva, fico e ancora uccelli, farfalle, cavalli, capre e mucche bellissime al pascolo. L’acqua sembra sovrabbondare, scorre ovunque e il mormorio ci accompagna per tutto il viaggio fino a Pont-Saint-Martin. La sensazione di piacevole frescura viene da ruscelli e torrenti, sorgenti, fontane dove abbeverarsi è un piacere, scende dai “rou” presenti in gran parte del cammino e dalla Dora Baltea con il suo aspetto lattiginoso dovuto alla farina fossile. Eppure nonostante tutto l’acqua scarseggia e altri titoli di quotidiani avvisano che è contesa tra agricoltura e impianti sciistici. 

 

Più scendiamo e più gli abitanti lamentano il caldo. Arrivati in Piemonte raccolgo la testimonianza di Piervaldo Rostan, seriamente preoccupato. Racconta che le temperature sono state altissime alle Valli Valdesi, con temperature che più volte sono salite ben oltre i 30 gradi. Anche il suo orto ha dato buoni frutti ma è evidente la sofferenza della terra e degli alberi. Molta vegetazione arborea improvvisamente cade giù, completamente secca. Le fioriture sono impazzite, si ripetono nella stagione e anticipano i tempi, infatti è riuscito a produrre miele di ciliegio, una rarità, perché di solito il ciliegio fiorisce in un periodo ancora non favorevole all’impollinazione per le temperature fredde ma il caldo anomalo ha anticipato l’ attività degli impollinatori. Anche Piervaldo parla di siccità e come tutto ciò cozza con la maidicoltura, un’agricoltura intensiva che richiede tanta irrigazione. Il paradosso sono distese verdi di mais mentre la campagna intorno è sofferente e arsa dal sole per mancanza di piogge. Il letto dei torrenti è particolarmente asciutto e infatti molta della parte sassosa è ben evidente. Oltretutto l’acqua che viene giù dalle montagne e passa in prossimità delle case sparse è inquinata a causa dei liquami che raccoglie, scendendo, laddove non esiste un sistema fognario. Mentre prima l’abbondanza di acqua diluiva e smaltiva velocemente le sostanze nocive, ora queste rimangono nel corpo idrico e si immettono nel Po. La loro presenza è causa di formazioni vegetali dannose per diverse specie animali acquatiche. 

 

Alla stazione di Saluzzo è un pullulare di migranti. Salgono e scendono dai treni da e per Torino. Chiedo ad un signore dove passa l’autobus per Saluzzo. Ci vede stanchi e ci propone un passaggio in macchina. Effettivamente lo siamo, gli ultimi 15 chilometri del percorso a piedi li abbiamo fatti sotto una pioggia fitta e incessante. L’uomo è albanese e insieme alla moglie è di ritorno da una vacanza in Albania. Viene a prenderli la figlia, lei italiana. Il percorso verso Saluzzo è una vasta campagna coltivata in modo intensivo. Capisco che tanta frutta che arriva sulle nostre tavole è prodotta qui. Il discorso verte sui lavoratori migranti e sullo sfruttamento, una piaga. Racconto loro che ci sono realtà diverse, come quella di MH con i corridoi umanitari che rispetta la dignità delle persone migranti offrendo il viaggio aereo e un alloggio e seguendo le persone nelle varie fasi del processo di integrazione, compreso il lavoro. Dico loro che il giorno successivo saremo all’ ostello Dambe So dove molti migranti hanno casa e visiteremo i luoghi dove lavorano. La signora mi ringrazia ripetutamente e racconta che invece lei nel ’99 è arrivata su un gommone, incinta del suo primo figlio, che ha partorito dopo qualche mese. Racconta la fatica e le sofferenze, il difficile percorso per l’integrazione e finalmente una vita serena.

 

Il 29 agosto incontriamo Giovanni D’Ambrosio, responsabile dell’ostello Dambe So di Revello, un progetto di Mediterranean Hope, programma rifugiati e migranti della Fcei, che ospita lavoratori migranti offrendo loro alloggio. Provengono tutti dall’Africa. Mi incuriosisce l’età, alcuni molto giovani, qualcuno decisamente adulto. Uno di loro ci parla in italiano. Ha ottime capacità oratorie e spiega la questione migranti e i problemi di tutti i giorni, argomentando politicamente ed eticamente la questione. È giovane e tante bocche dipendono dal suo lavoro, non solo i figli ma tutta una famiglia allargata che conta su di lui. Sembra disilluso o forse consapevole della condizione di sfruttamento diffuso da cui non riescono a sottrarsi. Usciti dalla comfort zone di Saluzzo centro storico, ci avviamo verso uno dei parchi cittadini, il parco Gullino. È un luogo di ritrovo ma anche abitativo. Qui la notte sdraiati su cartoni dormono i lavoratori migranti che non hanno un alloggio. Giovanni ci spiega che il “modello Saluzzo” ha la lacuna di essere emergenziale, perciò si attiva solo nei mesi del raccolto, in un periodo compreso tra giugno e novembre. Praticamente ad alcuni lavoratori viene dato un alloggio temporaneo che dura solo per la durata del contratto di lavoro, anche di un mese.

 

L’obbligo di lasciare gli alloggi allo scadere del contratto, non permette a queste persone di radicarsi sul territorio e quindi impedisce la progettualità e l’eventuale ricongiungimento familiare. Costretti a una mobilità forzata, diventano lavoratori nomadi, che si spostano da nord a sud seguendo la stagionalità dei raccolti. Quelli in attesa di un contratto di lavoro o che non sono riusciti a trovare un alloggio dormono al parco. In questo luogo che manifesta chiaramente la discriminazione, con i bagni ben chiusi e le giostre dei bambini che danno le spalle all’accampamento e luci che illuminano a giorno durante la notte, i migranti si ritrovano ogni domenica per parlare di questi problemi. È l’occasione per agire sulla consapevolezza, riunire le forze e pianificare azioni per il rispetto dei diritti. Ascoltarli è aiutarli a presentare istanze agli organi preposti: sindacati, Asl, comuni. 

 

Ogni anno nel comprensorio di Saluzzo giungono circa 10 mila persone in cerca di lavoro durante la stagione della raccolta. Inizialmente molti furono ospitati in accampamenti, come quello che gli stessi migranti definirono “Guantanamo” e lì nacque il problema emergenziale, letto esclusivamente come intervento di ordine pubblico, per la sicurezza dei cittadini senza vedere il potenziale contributo che essi, come braccianti agricoli, portano alla ricchezza del territorio. Il modello Saluzzo nasce durante e dopo il Covid. In seguito alla pandemia prevale non tanto il desiderio umano di dare loro un alloggio ma quello di disperderli tra i diversi comuni, dando loro accoglienza momentanea. Questa disgregazione disarticola la rappresentanza lavorativa e infatti sono venute meno le manifestazioni e i presidi con cui un tempo chiedevano pacificamente rispetto dei diritti dei lavoratori. Ora che la disgregazione è stata pianificata, l’incontro al parco diviene un appuntamento importante per continuare l’attività politica. 

 

La differenza con il modello proposto da MH è evidente: l’ostello ospita in modalità continuativa che prescinde il contratto. Chi rimane cerca altre opportunità lavorative anche fuori dai campi e con questa speranza alcuni di loro tentano un’integrazione più profonda, imparando bene l’italiano o partecipando a corsi di formazione. Vicino a Saluzzo si trova Lagnasco l’area di accoglienza diffusa allestita dal comune. Si tratta di moduli. Rabbrividisco pensando al caldo. Vedo un uomo in ginocchio sul tappeto. Prega e anche io prego segretamente che presto Dio lo renda un uomo libero, che possa riacquistare la propria dignità, che possa vedere il futuro davanti a sé e che sia luminoso.

Il muro di cassoni utilizzati per la raccolta della frutta dà l’idea del mercato che muove questa economia. Il 50% del raccolto serve le piazze italiane, il resto va in Canada, Germania e Emirati Arabi Uniti. Un dato dei volumi di guadagno è rappresentato dalla ricchezza della provincia di Cuneo. È un benessere che cresce sulla vita e la salute di altre persone, i braccianti, vittime di un sistema ipocrita di accoglienza ed esposti ai danni che ambiente e salute umana subiscono in sistemi produttivi come questo.

 

Non ho dati sull’inquinamento di queste zone ma non c’ è possibilità di sfuggire all’impronta pesante quando ettari ed ettari di territorio pianeggiante sono destinati all’agroalimentare e zootecnica. Alcuni braccianti affermano di subire mal di testa quando sono a lavoro e sembra che in futuro si attiverà un monitoraggio del sintomo. Comunque a prescindere da quanto normato questi uomini lavorano circa 12 ore al giorno con un’ora di pausa. Lavorano il sabato e a volte la domenica. Lavorano senza sosta sotto il sole di questa estate infernale con una parola d’ordine in caso di controllo da parte dell’ispettorato del lavoro: ho appena iniziato.

Un dato relativo all’ effetto della crisi climatica lo dà direttamente il Po. È una visione apocalittica che ricorda il film Siccità. Un tratto del letto del fiume, prossimo al Monviso, nella zona pianeggiante vicino a Revello è fiume completamente asciutto, arbusti secchi e sassi al posto di acqua. L’elemento vitale alla natura tutta è sempre più conteso e rubato al Po per il mantenimento dell’industria agricola, un ossimoro eppure una realtà.

 

Il viaggio termina con questa visione e con la considerazione che se c’è un’urgenza è il nostro “primo passo”. Il passo che dobbiamo fare noi. Come è scritto nel libro del Tao Te Ching il primo passo non ci porta solo “verso”, ma ci sposta dalla condizione in cui siamo e, piccolo o grande che sia, se fatto per trovare armonia e pace nella semplicità del vivere, può diventare il passo che spezza le catene a cui è ancorato il nostro stile di vita. È il passo che libera il prossimo e il creato da uno stato straziante di sottomissione all’uomo bianco, benestante, potente e fortemente centrato su se stesso.