Eresie, devianze, stregonerie: fenomeni scomparsi?

I temi affrontati al Convegno del Laux

 

Ogni anno ci siamo incontrati, appassionati di storia, studiosi, religiosi, docenti intorno al bellissimo lago del Laux, in alta val Chisone. Il convegno, ricordiamolo, si svolgeva sotto un grande tendone. Questa volta per il XXII Convegno storico, svoltosi il 1° agosto, siamo passati, pur restando nello stesso Comune, sul versante opposto della valle, nel cuore dell’antico borgo di Usseaux. L’incontro è stato ospitato nella chiesa cattolica di San Pietro apostolo. Col caldo che faceva quel giorno, non abbiamo rimpianto il tendone. Nel riflettere su questioni legate alle vicende storiche del valdismo e del cattolicesimo nell’alta val Chisone nel tardo Medioevo, l’edificio ecclesiastico risalente al XV secolo, per tanti partecipanti, ha rappresentato una cornice appropriata. Segno di una maturità ecumenica che al suo attivo ha anni di frequentazioni e iniziative, grazie anche all’impegno generoso e costante dell’ex magistrato Piercarlo Pazè. Da anni è soprattutto lui l’affidabile curatore del Convegno e dei volumi (finora 15) della Collana di studi storici del Laux. Testi preziosi, che non di rado riportano fonti inedite.

 

Il tema di quest’anno trattava della «Devianza e giustizia nel tardo Medioevo». Una prima cornice interpretativa l’ha offerta il pastore valdese Giuseppe Ficara di Pinerolo cercando di definire cosa sia stata, e sia ancora, la devianza religiosa. Chi stava ieri e chi oggi dentro questa categoria. Le argomentazioni si sono rincorse, tra filologia e teologia, sino al punto di chiedersi: quando una società definisce qualcuno come “deviante”, non sta parlando soltanto dell’altro, sta parlando anche di sé, dei valori che considera irrinunciabili, delle paure che la attraversano, dell’immagine che ha di sé, e del tipo di comunità che desidera custodire. Il potere di definire la devianza non è mai neutrale. Ogni volta che un’autorità traccia un confine tra appartenenza ed esclusione, tra ortodossia ed eresia – osserva Ficara – esercita una responsabilità enorme. La storia ci invita a prendere sul serio questa responsabilità, non per cancellare le differenze, né per negare che ogni comunità abbia bisogno di criteri e di regole, ma perché ogni definizione dell’altro lascia sempre un’impronta anche su chi la pronuncia.

 

Gli esempi storici non sono mancati. Dalle pene canoniche d’interdetti e scomuniche presentate dal giovane storico Stefano Porracchia su realtà locali del XV secolo nel Cuneese, alla devianza stregonesca. Ermis Segatti, storico delle religioni, ha ripercorso il fenomeno della stregoneria («un plurisecolare attacco violento alle donne») dal Concilio di Ancira del 314 d.C. al Malleus malificarum, manuale del 1487 ad uso dei frati inquisitori per identificare e condannare i fenomeni di stregoneria. Accusati, per secoli, di trasmettere pestilenze e compiere crimini eccezionali. Un convincimento che rimbalza anche nel saggio di A. Manzoni Storia della Colonna infame, che racconta dei presunti untori della peste nella Milano del 1630. Su casi concreti di accuse di stregoneria è tornato anche Piercarlo Pazè trattando di casi specifici di eresia a Bardonecchia, sulla stessa linea l’intervento di Luca Patria. Infine Ettore Peyronel ha illustrato alcune devianze dei contadini nella documentazione delle castellanie di Perosa, Perrero e Miradolo.

 

Attendiamo con interesse la pubblicazione di queste riflessioni che hanno suscitato interesse e un vivace dibattito. Soprattutto dalla parte femminile. Come ci ha opportunamente ricordato Cristina Cappelletti, prima sindaca (dal 1948) di Usseaux. Su questi temi, di cui qui ho solo accennato, meriterà tornarci sopra. Chi pensava che le categorie dell’eresia, della devianza, della stregoneria fossero sepolte per sempre nel tardo Medioevo ha dovuto ricredersi. I meccanismi di quel lontano universo hanno cambiato nome e contesto ma la capacità di tabuizzare, stigmatizzare, discriminare le diversità è la stessa.

 

 

Immagine di Erico Luxero