Imparare a guardare oltre
Un giorno una parola – commento ad Atti degli apostoli 3, 1-2
Io sono imprigionato e non posso uscire. I miei occhi si consumano di dolore; io t’invoco ogni giorno, Signore, e tendo verso di te le mie mani
Salmo 88, 8-9
Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona, mentre si portava un uomo, zoppo fin dalla nascita, che ogni giorno deponevano presso la porta del tempio detta «Bella» per chiedere l’elemosina a quelli che entravano nel tempio
Atti degli apostoli 3, 1-2
Un mendicante paralizzato presso la porta del tempio. Il mendicante non ha un nome e, con questo, lo scrittore del libro biblico ci invita quasi a scriverci il nostro: forse si tratta di noi, del contesto in cui viviamo. Il mendicante viene portato e deposto presso la porta del tempio per chiedere l’elemosina. L’unica cosa che può fare ancora è tendere la mano affinché, in un modo o nell’altro, possa continuare a sopravvivere. Lo fa giorno dopo giorno: questa è la sua vita. Non sa nemmeno cosa desiderare oltre l’elemosina. È deposto presso la porta detta ‘Bella’. Probabilmente si tratta della porta orientale di cui scrive Ezechiele, la porta riservata al Messia, che rimane chiusa fino al suo arrivo. È la porta dell’attesa. Il mendicante aspetta l’elemosina, non una guarigione. Può essere l’immagine della nostra vita: talvolta siamo così abituati alla vita che viviamo da non aspettarci più un cambiamento.
Anche noi, come il mendicante del racconto, ci troviamo giorno dopo giorno vicino a questa porta, senza sapere che la liberazione è vicina. Spesso chi vive una situazione difficile non riesce a guardare oltre: l’orizzonte del cuore si restringe, non c’è altro a cui pensare, ci limitiamo a gestire le nostre problematiche.
Chi aspetta soltanto l’elemosina non riceve molto di più; invece, chi incontra Dio, anche tramite la testimonianza di altre persone, scopre che può rialzare lo sguardo e rimettersi in cammino. Non abbiamo bisogno né di oro, né di argento, ma della Parola di Dio. Amen!