Centri Albania: una campagna tira le somme sui costi
Costi umani, economi e democratici, risorse sottratte a urgenti ambiti collettivi di intervento
«I centri in Albania sono un inutile sperpero di denaro pubblico e soprattutto un modello immorale e vergognoso: accogliere le persone in modo dignitoso non è solo giusto, costerebbe anche molto meno».
È quanto dichiarato da Marta Bernardini, coordinatrice di Mediterranean Hope (MH), il programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).
L’occasione è l’adesione alla campagna “Renditi Conto – Centri in Albania. Il costo non è solo economico”, lanciata il 7 luglio e promossa dal Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), una rete di oltre 40 organizzazioni della società civile di cui fa parte anche la FCEI.
La somma e il peso dei costi
Richiamando l’immagine di un bonifico da 74 milioni di euro, la campagna vuole far riflettere sui costi dei centri italiani di Shëngjin e Gjadër, in Albania. Non si tratta solo di soldi: le organizzazioni promotrici parlano di tre tipi di costo. Il primo è umano, legato alle condizioni di trattenimento e alla limitazione dei diritti delle persone coinvolte. Il secondo è democratico, e riguarda la mancata trasparenza istituzionale e la difficoltà di accedere alle informazioni e di monitorare le reali condizioni nei centri. Il terzo è economico, ed è legato alla spesa a carico della collettività per gestire la permanenza e lo spostamento delle frontiere fuori dall’Italia.
Secondo i dati della piattaforma “Trattenuti” (ActionAid Italia e Università di Bari), i 74 milioni di euro sono la parte di spesa finora documentabile, relativa solo alla costruzione e all’allestimento delle due strutture. Questa cifra rientra in una spesa complessiva prevista dal Governo italiano fino al 2028, pari a 671,6 milioni di euro: risorse pubbliche che, secondo le organizzazioni, vengono sottratte ad altri ambiti di interesse collettivo, come il welfare, la sanità, l’istruzione e la giustizia.
Dalla frontiera al rimpatrio: come sono cambiati i centri
I centri erano nati per trattenere uomini migranti soccorsi in mare, in attesa delle procedure accelerate per la richiesta di asilo alla frontiera. Ma dopo che i tribunali italiani hanno giudicato non validi i criteri usati per definire i “Paesi di origine sicuri”, il progetto è cambiato: con un decreto legge di marzo 2025, i centri sono stati trasformati in strutture di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei CPR presenti in Italia.
“Ricordiamo che anche la Corte UE ha bocciato il ‘modello Albania’”, ha proseguito Bernardini, riferendosi alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 1° agosto 2025, che le organizzazioni promotrici della campagna considerano una bocciatura sostanziale delle basi giuridiche del progetto.
Le persone coinvolte e le criticità
Secondo il monitoraggio del TAI, dalla trasformazione del centro di Gjadër sono state trasferite in Albania circa 635 persone. Molte di loro sono poi rientrate in Italia: nella maggior parte dei casi perché un giudice non ha convalidato il trattenimento, oppure perché sono state riscontrate condizioni di salute o situazioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nella struttura.
La criticità più grave riguarda però l’impatto umano e psicologico sulle persone trattenute. Secondo le testimonianze raccolte dalle organizzazioni, i trasferimenti sono spesso avvenuti di notte, in modo improvviso, e in alcuni casi con le persone bloccate fisicamente durante il trasporto. Il fatto di non ricevere informazioni preventive sui motivi del trasferimento e sulla destinazione ha aggravato lo stato di ansia e la sensazione di isolamento. Le organizzazioni segnalano inoltre difficoltà nell’accesso alla difesa legale e limitazioni nell’accesso alle cure mediche e psicologiche.
Alla luce di questi elementi e soprattutto della criticità derivanti dalla natura stessa del progetto, il Tavolo Asilo e Immigrazione chiede la sospensione immediata dei trasferimenti, piena trasparenza pubblica sui finanziamenti statali e la chiusura definitiva delle strutture di Shëngjin e Gjadër.
«Noi continuiamo a sostenere la necessità di politiche completamente diverse e di moltiplicare le vie di accesso sicure e legali per i migranti che arrivano in Europa. No a nuovi lager, sì a un’Europa che rispetti i diritti e la dignità delle persone», ha concluso Bernardini.
Le associazioni e le organizzazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione sono:
A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS, Caritas Italiana, Casa dei diritti, sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR, CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose, International Rescue Committee Italia, Intersos, Legambiente, Medici del Mondo Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza, Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE