La sfida della vescova Munk
L’ombra statunitense sulla Groenlandia
«Vi chiediamo — da essere civile a essere civile — di aiutarci. La Groenlandia non è una terra in vendita. Noi, popolazione di questa terra, non siamo merce di scambio. E il nostro non è un territorio da poter conquistare. Questa è la nostra casa. Siamo un piccolo popolo, ma non siamo invisibili. Abbiamo una lingua e una cultura, antenati che ci hanno consegnato una storia, figli che dovranno avere un futuro e che sono legati a questo luogo. Non vogliamo essere inglobati agli Stati Uniti. Se credete nella libertà, nella dignità, usate il vostro voto».
È questo il cuore dell’appello lanciato su Facebook lo scorso gennaio da Paneeraq Siegstad Munk, la vescova della Chiesa luterana in Groenlandia, per raggiungere i cittadini statunitensi affinché possano fare pressione sui propri rappresentanti al Congresso.
Ricordando l’appello di gennaio, Munk ha raccontato sul portale svizzero reformes gli importanti riscontri ottenuti in quell’occasione: “Abbiamo ricevuto sostegno da diversi vescovi americani, dal Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), dal Vaticano e dal papa”.
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L’eredità culturale e spirituale
Cresciuta nel villaggio di pescatori di Attu, a circa 350 chilometri a nord di Nuuk, Paneeraq ha studiato teologia all’Università della Groenlandia. Fin dalla sua elezione a vescova, si è adoperata per conciliare la fede cristiana con la profonda spiritualità Inuit.
In Groenlandia, quasi il 90% dei 57.000 abitanti appartiene all’etnia Inuit groenlandese e oltre il 95% della popolazione è membro della chiesa nazionale. «Siamo una vera chiesa del popolo», ha raccontato Munk in un’intervista alla radio svizzera SRF, il 13 maggio 2026.
Storicamente, la Chiesa della Groenlandia ha mantenuto un profilo politico discreto. Dal 2009, in seguito ad un referendum per ottenere maggiore autonomia, la sua gestione finanziaria e legislativa è stata assunta dal governo locale; tuttavia, è rimasta una diocesi all’interno della Chiesa di Danimarca.
In quanto tale, collabora strettamente con le diocesi danesi e svolge un ruolo attivo negli affari internazionali come membro del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), della Federazione luterana mondiale (Flm) e del Consiglio per le relazioni internazionali della Chiesa evangelica luterana in Danimarca.
L’ombra colonialista: tra passato e futuro
Le relazioni tra Stati Uniti e Groenlandia, così come tra Stati Uniti e Danimarca, si sono incrinate dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha più volte paventato l’idea di annettere agli Usa la Groenlandia.
Sebbene l’eredità coloniale danese non sia stata ancora del tutto elaborata, interiorizzata, la recente crisi geopolitica ha spinto la vescova a scendere in prima linea: “Quando all’inizio dell’anno abbiamo temuto che gli Stati Uniti potessero impadronirsi del nostro Paese, anche con l’uso della forza, ho ribadito che ‘la Groenlandia non è in vendita’. E poi, che i diritti umani e il diritto internazionale andavano rispettati».
Intanto, dall’appello lanciato da Munk dello scorso gennaio, allora preventivo, la presenza strategica degli Stati Uniti in Groenlandia si è espansa.
Gli ultimi risvolti: da Tanbreez a Jeff Landry
Lo scorso 5 maggio, secondo quanto riportato da Geopop, la società mineraria Critical Metals ha ottenuto l’approvazione del governo della Groenlandia per l’acquisizione del 70% delle azioni di 60° North ApS.
La transazione che era stata annunciata il 23 marzo 2026, rappresenta una tappa significativa nella strategia della società. Come sottolinea la testata: “Così facendo gli Stati Uniti hanno preso controllo con lo sfruttamento di Tanbreez, uno dei più grandi giacimenti di terre rare pesanti al mondo al di fuori della Cina”.
Nei prossimi giorni è invece prevista l’inaugurazione di una nuova, imponente sede del consolato statunitense nel centro di Nuuk: un edificio di tre piani per 3.000 metri quadrati. Il Consolato, riaperto nel 2020 dagli Stati Uniti, è stato ospitato presso la sede del in un edificio del Comando Artico, vicino al porto.
Parallelamente, lo scorso dicembre il governatore della Louisiana, Jeff Landry è stato nominato “Inviato Speciale per la Groenlandia”, incarico creato ex novo dall’amministrazione Trump. Landry è atterrato a Nuuk domenica scorsa per la sua prima visita ufficiale, anticipando così sul tempo l’arrivo dell’ambasciatore Ken Howery e l’incontro con il presidente groenlandese Jens-Frederik Nielsen.
Alla domanda su suoi possibili obiettivi futuri, Landry ha risposto: “Cercherò di fare più amicizie possibili, parlare con la gente e valutare opportunità economiche che possano giovare anche ai groenlandesi”. Tuttavia, incalzato anche in merito a sue passate dichiarazioni social riguardo all’annessione, ha ribattuto: “Quando mai gli Stati Uniti hanno conquistato un altro Paese? Non abbiamo mai fatto nulla del genere, a differenza delle nazioni europee che si sono macchiate di imperialismo e colonialismo”.
La risposta dei cittadini
Si prevedono proteste promosse dalla popolazione civile locale per l’inaugurazione del nuovo consolato statunitense. E non sarebbe la prima volta. Lo scorso 17 gennaio a Nuuk e a Copenaghen, migliaia di persone sono scese “in piazza” per protestare contro l’annunciato piano di annessione di Trump.
In questo clima di profonda tensione Munk continua caparbiamente a invocare un futuro indipendente e pacifico: “Qui non c’è mai stata una guerra, e spero sinceramente, come Chiesa e come comunità, si possa contribuire a far sì che la situazione di pace rimanga tale”.