Spopolamento: Sud e Chiese
Le nostre chiese al Meridione – ancorché numericamente deboli – possono ancora esprimere significative testimonianze di fede e di solidarietà
Lo spopolamento (fenomeno ormai nazionale) riguarda in particolare il sud e tutte chiese del sud. Un binomio critico che deve farci fare qualche riflessione, visto che anche le nostre chiese sono dentro questo problema. Il Mezzogiorno ha perso dal 2002 al 2024 1,28 milioni di persone per effetto delle migrazioni, a cui si è aggiunta l’altra trappola demografica della denatalità. Con il risultato che dal Sud ancora oggi si emigra (soprattutto giovani con alti livelli di scolarità) e chi rimane fa pochi figli, con la popolazione che invecchia, sempre di più, con un inevitabile impoverimento culturale e sociale. Un trend che non conosce al momento nessuna inversione, anzi. Un fenomeno che riguarda le aree urbane, ma soprattutto i piccoli centri periferici, marginali, lungo la dorsale appenninica. Secondo i dati dell’Istat, tra il 2014 e il 2024, quasi il 90% dei comuni del Sud ha registrato un declino della popolazione; di questi oltre i due terzi sono comuni delle aree interne. Le previsioni da qui al 2034 indicano che il 90% dei comuni delle aree interne del Mezzogiorno subirà un ulteriore calo demografico, con punte che sfiorano il 93% per i comuni ultraperiferici.
La preoccupazione dei vescovi cattolici
Da alcuni anni i vescovi cattolici hanno espresso la loro preoccupazione in merito allo spopolamento delle aree interne. Nell’agosto 2025 hanno anche elaborato un’importante lettera-documento nel quale denunciavano e contestavano, tra l’altro, la strategia miope del Governo che in alcuni casi ipotizzava per alcune are interne una sorta di “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. Una sorta di “suicidio assistito” di questi territori. Mentre i vescovi auspicavano un totale e rinnovato cambio di tendenza, fondato sulla “restanza” e sulla valorizzazione delle aree interne e delle loro comunità.
E le nostre chiese?
Nel convegno del 1987 organizzato dalla Fcei, Federazione delle chiese evangeliche in Italia, a Monteforte Irpino (“Eboli ed oltre”), Giorgio Bouchard produsse una “mappa ragionata” della presenza evangelica nel mezzogiorno, utilizzando i dati ufficiali relativi al 1986. Molto analitico fu il riferimento alle chiese valdesi e metodiste che, complessivamente, registravano allora, al sud, 2457 membri comunicanti. Ora, confrontando i dati ultimi ufficiali del 2024, si evince invece che il numero dei membri è sceso a 1308, con una perdita di 1149 membri, pari a meno del 47%. Ora è vero che per le nostre statistiche la popolazione ecclesiastica è maggiore dei semplici membri comunicanti, ma in ogni caso mi sembra che sia una situazione critica, almeno da un punto di vista quantitativo. Anche perché al 2024 non era presente, tra l’altro, nessun gruppo giovanile, a differenza del Centro-Nord.
Una nuova identità evangelica
Eppure, le nostre chiese al sud – ancorché numericamente deboli – possono ancora esprimere significative testimonianze di fede e di solidarietà. Al di là degli inevitabili processi di riorganizzazione ecclesiastica, che lo spopolamento sta determinando, si tratta in realtà di ridefinire una nostra nuova identità evangelica (meridionale?). Una nuova riflessione e proposta teologica che, tra memoria evangelistica e impegno diaconale, possa anche suscitare e stimolare il riscatto spirituale e sociale del Sud.
Ovvero essere testimoni di un vangelo , per esempio, che “riformi” una visione religiosa meridionale , divisa spesso tra religiosità superstiziosa e apparente secolarizzazione, che possa contribuire, anche con altri, alla costruzione di modelli culturali di legalità e di partecipazione democratica e che agisca per costruire, per esempio , percorsi e progetti sempre più diffusi di “restanza”, di “resilienza” e di accoglienza per i giovani , per le donne e per i migranti degli altri sud del mondo. Penso infatti che il Sud possa essere non solo oggetto di solidarietà ma anche e soprattutto soggetto di solidarietà, di cultura e di convivenza, al di là degli stereotipi ideologici e culturali che finora si sono alimentati. Se è auspicabile infatti questo nuovo meridionalismo, deve essere anche praticabile di conseguenza anche un nuovo “evangelismo”, con nuove riflessioni e nuove “strategie”.