Uno spiraglio aperto dentro il dolore
Un giorno una parola – commento a Luca 7, 14-15
Dio, ci farai risalire dagli abissi della terra e accrescerai la mia grandezza e ritornerai a consolarmi
Salmo 71, 20-21
Gesù disse: “Ragazzo, dico a te, alzati!” Il morto si alzò e si mise seduto, e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre
Luca 7, 14-15
Siamo a Nain, davanti a una scena di dolore senza appello: una madre vedova accompagna al sepolcro il suo unico figlio. È una perdita totale, affettiva e sociale. Non c’è più futuro, non c’è più voce, non c’è più vita. E proprio lì, mentre il corteo avanza, Gesù si ferma.
Non è chiamato, non gli viene chiesto nulla. È lui che vede, si lascia toccare, si avvicina. Prima ancora del gesto straordinario, c’è uno sguardo che riconosce il dolore e non lo evita. Poi la parola: “Ragazzo, dico a te, alzati!”. Una parola che interrompe il corso inevitabile delle cose, che riapre ciò che sembrava definitivamente chiuso.
Questo racconto non è solo un miracolo di allora. È una rivelazione di chi è Gesù: colui che restituisce vita, che ridona futuro, che riconsegna ciò che sembrava perduto. “Lo restituì a sua madre”: è un dettaglio semplice e potentissimo. La vita che ritorna non è astratta, ma concreta, relazionale, condivisa.
Anche oggi attraversiamo molte forme di morte: relazioni spezzate, speranze spente, situazioni che sembrano senza uscita. E spesso ci abituiamo a considerarle definitive. Ma questa parola ci raggiunge come un annuncio e una promessa: ciò che appare chiuso non è necessariamente l’ultima parola.
“Alzati” è un invito che attraversa il tempo. Non cancella il dolore, ma apre uno spiraglio dentro di esso. È consolazione per chi ha perso, è speranza per chi non vede futuro, è chiamata a rialzarsi per chi si sente fermo.
E forse, anche oggi, nei luoghi più segnati dalla sofferenza, questa parola continua a risuonare, capace di rimettere in piedi, di restituire voce, di riaprire la vita. Amen.