Résister. Spese accessorie

L’appuntamento con la rubrica di Riforma dedicata alle donne che resistono 

 

 

Daniela Zinnanti, una donna di cinquant’anni di Messina, è stata uccisa dal suo ex compagno un giorno dopo l’8 marzo. Se ne parliamo non è per sottolineare la macabra coincidenza – appena finita la retorica sulla presunta “festa della donna” arriva la notizia di un altro femminicidio – ma perché Daniela aveva denunciato il suo aggressore, che in passato l’aveva picchiata più di una volta. Daniela quindi si era affidata alla giustizia, che aveva disposto gli arresti domiciliari con l’obbligo del braccialetto elettronico per l’uomo, peraltro già noto alle forze dell’ordine. Il dispositivo però non era mai stato applicato perché il braccialetto non era disponibile, con l’esito tragico che oggi conosciamo.

 

Quella del braccialetto elettronico mancante è la classica punta dell’iceberg di un sistema che non funziona e che sceglie di non affrontare davvero il problema. Secondo i dati del 2025 della Polizia di Stato, le segnalazioni di stalking nel solo 2024 sono state più di ventimila, a fronte dei 5.700 braccialetti di controllo attivi in tutto il Paese nello stesso periodo. Due anni dopo è cambiato qualcosa? No. Non si trovano i soldi per i braccialetti elettronici, così come non ci sono fondi per formare le Forze dell’ordine sulla violenza di genere o per finanziare i centri antiviolenza, che infatti molto spesso chiudono, lasciando un vuoto che nessun’altra istituzione è in grado di riempire.

 

Daniela si era fidata dello Stato, ma lo Stato preferisce stanziare miliardi di euro per opere inutili come il ponte sullo Stretto, che non si farà mai e che ne ha già bruciato uno, di miliardo, in studi di fattibilità, invece di investire nella scuola, nella sanità pubblica o, appunto, sulla sicurezza delle donne. Evidentemente, al di là dei proclami politici, l’incolumità e la vita delle donne sono considerate spese accessorie, che si possono tranquillamente rimandare, se non decisamente tagliare dal bilancio.

 

 

«Prigione femminile dal 1730, la Torre di Costanza in Francia ospitò 88 donne colpevoli di non voler abbandonare la fede protestante. Marie Durand, incarcerata nella Torre per 38 anni, incise o fece incidere la parola résister, resistere».

 

 

 

Foto di Di Jérémy-Günther-Heinz Jähnick / Bracelet électronique / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0,