Sotto le macerie del nuovo disordine mondiale 

Gli interrogativi che ci troviamo di fronte

 

Con questo intervento di Paolo Naso – politologo e docente universitario – l’Agenzia stampa Nev intende avviare la pubblicazione di una serie di contributi che possano aiutare il lettore a capire la drammatica realtà di questi giorni. Buona lettura

 

È fin troppo evidente che gli attacchi israeliani e americani all’Iran non sono l’inizio di una imprevista turbolenza ma, semmai, lo sviluppo di una crisi di lungo periodo dell’ordine globale. In pochi anni, infatti, siamo stati testimoni di epocali cambiamenti e abbiamo visto sbriciolarsi il diritto internazionale faticosamente sedimentato a partire dalla Costituzione dell’ONU, per arrivare alle spinte al multilateralismo e alle politiche del dialogo e del disarmo per allontanare i rischi della guerra.

Tutto questa sembra ormai alle nostre spalle. I conflitti sono sempre più numerosi ed ampi, e, elemento aggravante di non poco conto per le comunità dei credenti, si caratterizzano anche in senso religioso: si combatte, si uccide, si terrorizza la popolazione civile invocando la benedizione di Dio sul proprio paese e sulla missione militare che si sta compiendo. Di fronte a queste invocazioni, come facciamo a dirci e ad essere testimoni di pace? Come affermare le ragioni del diritto senza ricorrere alle armi? Da cristiani, come  testimoniare la forza della pace nel tempo degli attacchi preventivi, delle invasioni territoriali, degli attentati terroristici e, insomma, della guerra? Questi gli interrogativi che ci stanno di fronte e ai quali cercheremo di dare alcune risposte.

 


 
Sotto le macerie del nuovo disordine mondiale 

di Paolo Naso

 

La storia corre veloce e, a trentacinque anni dalla fine del sistema bipolare, una nuova guerra di scala macroregionale si aggiunge agli altri 50 conflitti –  uno più uno meno –  che da decenni costituiscono il rumore di fondo del più grave disordine internazionale conosciuto dal Dopoguerra. La memoria è labile, ma oltre alle dimenticate guerre africane, il “nuovo disordine mondiale” ha registrato i sanguinosi conflitti etnico religiosi nei Balcani; l’invasione di uno Stato sovrano come l’Ucraina e l’antistorica guerra di conquista territoriale scatenata dalla Russia; una catena interminabile di conflitti che, dal Medio Oriente, hanno finito per dilatarsi fino al Nord Africa ad ovest e all’Afghanistan e al Pakistan ad Est; il ricorso sempre più frequente al terrorismo come non convenzionale arma low cost. L’attacco congiunto israeliano e americano contro l’Iran non è, pertanto, un imprevedibile accidente nel sistema delle relazioni, ma una scelta coerente con lo spirito del tempo e la dottrina politico-militare che, nei fatti, si è imposta: la dittatura degli interessi strategici di questo o di quello Stato. Della Russia di Putin, che nutre progetti neo-imperiali; degli USA di Trump che, nella retorica nazionalistica della Casa Bianca, avrebbero un disperato bisogno di controllare il Canada, di acquisire la Groenlandia, di ricostruire Gaza, di eliminare Maduro, di strozzare l’economia di Cuba, di colpire al cuore l’Iran.

 

Egonazionalismo

Gli interessi strategici nazionali diventano il nord polare rispetto al quale allineare le politiche. Non la pace, né la “distensione” perseguita negli anni ‘60, né il disarmo tentato alla fine degli anni ’80 con gli accordi sui missili nucleari intercontinentali. La sicurezza nazionale diventa l’idolo al quale sacrificare la libertà di espressione e di dissenso, il diritto internazionale e quello umanitario, la sicurezza e la vita dei migranti e dei richiedenti asilo. E persino la qualità della democrazia, come abbiamo visto nelle operazioni dell’ICE in Minnesota o nelle misure di respingimento dei migranti nel Mediterraneo. E’ la legge della clava più pesante, dell’arma più letale, del soggetto più forte che detiene un potere “assoluto” libero da qualsiasi altra autorità di controllo o di contrappeso, privo di limiti se non quelli dettati dalla propria coscienza (“Trump Said His Global Power Was Limited Only by His ‘Own Conscience’”, New York Times, 8 gennaio 2026). E’ l’egonazionalismo platealmente esplicitato da Donald Trump ma implicitamente fatto proprio da altri leader che si sono allineati alla sua leadership globale. L’egonazionalismo si intreccia con la crisi della democrazia liberale, delle sue regole codificate e collaudate in paesi che oggi le rinnegano. In una democrazia liberale – un regime, cioè, che non si limita alla forma democratica ma promuove la libertà degli individui –  il bilanciamento e la divisione dei poteri, la libertà di critica al Governo, l’esercizio dell’opposizione non sono “appesantimenti” che rallentano la decisione politica, ma strumenti essenziali perché essa possa qualificarsi come democratica.

 

Le nazioni disunite

Questo programma politico è figlio della debolezza di una serie di organismi sovranazionali, primo tra tutti l’ONU, istituita per “salvare – ricordiamolo! – le future generazioni dal flagello della guerra”,  per “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”; per “creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altri fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti”, per “promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà”. Generazioni uscite da due guerre mondiali osarono parole così solenni e impegnative per dare vita a una “unione” finalizzata a “prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace”. La filosofia che orientava queste formule era il tipico contrattualismo politico per cui un soggetto – privato o collettivo – cede una quota della sua sovranità a un autorevole organismo che lo tutela e lo garantisce nell’esercizio delle sue libertà. Oggi le Nazioni Unite non riescono a svolgere questo ruolo, paralizzate da un’architettura politica sbilanciata sui poteri del Consiglio di sicurezza e dei paesi che dispongono del diritto di veto (USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Le pile di risoluzioni a sostegno di uno Stato palestinese o di censura all’occupazione israeliana dei territori della Cisgiordania e di Gaza approvate dall’Assemblea generale testimoniano una inefficacia sempre più evidente. A conferma della crescente “disunione”,  il disimpegno degli USA da ben sessantasei agenzie dell’ONU, dall’UNESCO all’UNRWA che gestisce le attività umanitarie nei campi profughi palestinesi.

 
L’età dei fondamentalismi

E’ l’aspetto più sorprendente e spiazzante della crisi che stiamo vivendo. Con troppa fretta e superficialità il Novecento aveva preteso di liquidare la religione come una sorta di relitto nel tempo di una modernità secolarizzata ed invece, nel XXI secolo, i fondamentalismi sono tra i protagonisti della scena pubblica, anche internazionale. Vivendo nell’angolo più secolarizzato del mondo, noi europei non ce ne accorgiamo ma in tutte le grandi tradizioni religiose – dall’induismo al buddhismo, dal cristianesimo nelle sue varie articolazioni all’islam e all’ebraismo – si affermano teopolitiche antimoderne, regressive e repressive dei diritti umani e civili. Il protestantesimo non è affatto esente da queste tendenze, anzi, in certa misura le ha anticipate e oggi le interpreta al meglio esercitando una evidente influenza politica negli USA, in America Latina, in Africa e persino in alcuni angoli dell’Europa, soprattutto orientale. Anche la Bibbia viene brandita per acquistare consenso politico, benedire le guerre, costruire l’immagine del nemico, contrastare i diritti civili in materia di identità di genere, disponibilità del proprio corpo, autodeterminazione delle donne. Soprattutto in Occidente, il protagonismo pubblico del fondamentalismo religioso è una novità che mette a dura prova la tenuta delle chiese storiche le quali, per quanto provate dalla secolarizzazione, si erano ecumenicamente ritrovate sui temi della giustizia sociale, della pace, della salvaguardia del creato, dei diritti umani. Nel nome di Dio e citando gli stessi testi, oggi si arriva a dire cose opposte e a perseguire inconciliabili obiettivi: c’è chi si unisce alle ronde anti immigrati e chi li protegge sfidando la legge; chi accoglie i gay nelle chiese e chi li condanna anche in sede penale; chi afferma il diritto dei palestinesi ad uno Stato e chi lo nega nel nome dell’elezione di Israele.

 

Riprendere il filo

Per quanto diverse possano essere, le analisi non risolvono i problemi. Il “che fare?” resta la grande sfida di fronte a tutti noi e di fronte alle chiese che si interrogano su questi temi. Le risposte sono poche, frammentate e spesso non convincenti. Gli appelli alla resilienza – o alla resistenza, nelle formule più militanti – vanno sempre bene ma non scaldano più il cuore e suonano ripetitivamente retorici. Ed ecco il rifugio rassicurante nella propria “comunità”, politica, sociale e religiosa: una comfort zone destinata però all’irrilevanza sociale. Forse la strada è un’altra, certamente più faticosa e onerosa: uno sforzo culturale per ritrovare i fondamentali dell’idea democratica, tornare alle fonti del pensiero della pace, tessere la trama dei diritti umani e civili. Servono spazi, laboratori, scuole, think tanks. Serve una scossa etica per spendersi in una nuova stagione di impegno civile e politico. E – necessaria come non mai sia per i credenti che per i laici – di riflessione teologica.